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Gabon: piccolo diario di viaggio

Luca Vezzoni

August 19

FINE? NO, SOLO UN'INIZIO

 

COLLAGE

 

 

Ultimo giorno a Franceville, ultime ore d’Africa. Domani prenderò il treno, mi allontanerò progressivamente da una realtà che ha piacevolmente catturato la mia attenzione in questi 45 giorni. Il soggiorno è durato abbastanza, la fine giunge al momento giusto, molte cose ho visto e vissuto; c’è parecchio materiale per riflettere.

Nonostante qui mi sia trovato stupendamente, ho voglia di tornare, di riabbracciare la mia terra, i miei cari. Non vedo l’ora di scendere dall’aereo e sudare nell’afa di Milano, di svuotare lo zaino, di sdraiarmi a casa, di mangiarmi una bella pizza! E di trascorrere qualche giorno in montagna per rientrare gradualmente nei ritmi italiani.

So che un giorno, neppure tanto lontano, tornerò a maledire la routine quotidiana e a ricordare i bei giorni passati nel continente nero. È normale e giusto che sia così. Lo chiamano “mal d’Africa”, credo sia nostalgia per uno stile di vita semplice e naturale, per il calore e la spontaneità della gente.

 

Se ripenso ai primi momenti di questo viaggio, li sento lontani. Non riesco a ricordare tutti gli avvenimenti dei primi giorni e, se sbircio nel diario, fatico a credere di averlo scritto proprio io. Ho mutato l’ottica di guardare alle cose, mi sono abituato alle usanze locali. La grande quantità di gente sulle strade, i saluti scambiati con chiunque incontri, il costante sottofondo musicale, le difficoltà e le gioie della vita comunitaria, la stanchezza che ogni giornata porta con sè, sono diventate abitudini.

L’immagine che avevo dell’Africa (parlo di Africa per comodità, ma farei meglio a parlare di Gabon, anzi... di Franceville) è stata stravolta a ripetizione. I castelli di carta che mi ero costruito sono crollati al suolo. Non posso certo dire di conoscere l’Africa o gli africani, posso però affermare, con un briciolo di presunzione, di aver imboccato un sentiero che, se vorrò, potrà essere lungo, impervio e poco segnato. Non so se avrò la volontà di approfondire questa conoscenza, ma quel che so ora è che è imperativo farlo. È anzi doveroso e più che mai attuale. Il mondo al giorno d’oggi è così piccolo che non è permesso rintanarsi nel proprio cantuccio, non si può pensare unicamente al proprio orticello. Si deve pensare in grande, aver fiducia nelle capacità dell’uomo anche se sono molte le forze che tendono ad appiattirle.

 

Ho avuto la fortuna di compiere questo viaggio e, viaggiare, vuol dire aprire i propri orizzonti. È ora indispensabile non restare in contemplazione, ma sforzarsi di oltrepassarli. È necessario intraprendere un processo di “conversione” che permetta di cambiare le abitudini di prima alla luce di quanto visto e sperimentato.

Sicuramente nodo fondamentale è il rispetto di tutti i diritti che un essere umano possiede in quanto tale. Il primo e più importante è il diritto a essere liberi di seguire le proprie aspirazioni. Sarebbe bello che anche un gabonese un giorno possa, se lo voglia, compiere un viaggio in senso inverso al mio.

Per far ciò deve averne le possibilità: la cultura, le competenze ed il denaro necessario.

Quello che noi chiamiamo progresso. La necessità di progredire e svilupparsi è, per l’Africa, priorità. La vita qui è paragonabile a quella che facevano i nostri bisnonni cent’anni fa. Viene spontaneo chiedersi se mai l’Africa possa raggiungere i “traguardi” (non sempre positivi) che il nostro mondo ha raggiunto. Se voglia farlo.

Credo che ogni essere umano aspiri a migliorare le proprie condizioni di vita. Pensare il contrario è puro egoismo. Allo stesso tempo un popolo deve conservare la propria cultura e le sue tradizioni.

Pertanto, se i popoli africani vorranno svilupparsi, dovranno farlo spontaneamente e con le proprie forze. Hanno gli strumenti e le materie prime per farlo. Ben venga un aiuto esterno, ma che sia sincero e disinteressato. Almeno che non sia, come accade al giorno d’oggi, un aiuto al contrario.

È nostro dovere morale fare in modo che sia così, non mettere al centro di tutto il dio denaro arricchendoci alle spalle di qualcun altro. Lo sviluppo non deve esistere a scapito dei diritti altrui. Capito questo, se riuscissimo a metterlo in pratica sarebbe il più grande successo che possa attualmente immaginare. E non importa se sarà una goccia nel mare.

Le nuove generazioni africane, ci chiedono questo sforzo. Credo sia ampiamente alla nostra portata. In questo, rispetto a molti di voi, mi sento privilegiato, potendo contare sul ricordo e sulla gioia che sprigionano i tanti bellissimi volti incontrati.

 

 

ANEDDOTI E STORIELLE

Avrei ancora molte cose da scrivere su questo blog. Potrei farlo comodamente da casa; la connessione è anche più veloce. Ma non sarebbe la stessa cosa. Temo non avrei nemmeno più la voglia di mettermi li a pensare. Pertanto tutti queste considerazioni resteranno non scritte, le lettere rimarranno non digitate. Soltanto uno pensiero ci tengo che non venga a mancare ed è per ringraziare tutte le persone che hanno permesso che questo viaggio potesse realizzarsi e tutti coloro che qui in Gabon mi hanno accolto con estrema gentilezza. Senza di loro il mio soggiorno sarebbe stato notevolmente più complicato. Tra queste persone ci sono padre Lorenzo, di cui ho già parlato, e padre Elia.

Di Elia avevo vaghi ricordi per gli anni passati come sacerdote a Segrate. Non potevo sicuramente immaginarlo ora cosi com'è. Originario di Mandello sul lago di Lecco, non poteva che adattarsi splendidamente al modo di vivere africano. Con un braccio tremolante per una ignoto malanno qui acquisito, possiede uno spirito allegro come quello dei gabonesi, al quale affianca doti di instancabile e competente lavoratore. Ha conoscenze in ogni campo, è il factotum della missione. Sa costruire una casa, riparare la land rover in panne, curare un attacco di malaria, ha conoscenze di botanica, zoologia, idraulica ecc. Ma il meglio di sè lo dà con un fucile in mano.

Potrei riempire una pagina con tutti gli aneddoti e le storielle che ci racconta quotidianamente. La maggior parte, e sono quelli che lo coinvolgono di più, narrano di incontri con serpenti o altri animali. Come di quando si è trovato a tu per tu con un velenosissimo mamba verde, schiacciandolo per terra con lo schienale della sedia; o quando, tirato sotto con l'auto un caimano, l'ha preso per la coda scoprendo solo dopo che era ancora vivo. Se non si conoscesse il personaggio si potrebbe dire che le spara grosse. Ma io lo conosco e non fatico a credere che siano tutte realmente accadute, al limite un pochino romanzate, come quelle che un nonno racconta ai nipotini.

 

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August 18

INDEPENDENCE DAY

Il 17 agosto è festa nazionale. Scorrono fiumi di birra e di persone. Si festeggia la ricorrenza dell’indipendenza del Gabon dalla dominazione francese avvenuta nel 1960. Da allora il Gabon è divenuto repubblica presidenziale. Solamente due presidenti si sono succeduti al governo della nazione; quello attuale, Omar Bongo, è in carica da più di quarant’anni. Un record. Come abbia fatto questo minuto omino a restare così a lungo al potere è un mistero. Sicuramente è un uomo astuto, almeno quanto corrotto. La sua effige compare su molte delle stoffe colorate con le quali si cuciono i boubou femminili o le vistose camice degli uomini. Sue ville sono sparse per il paese; qualsiasi struttura che sia diversa dalle anonime abitazioni popolari, esiste perchè lui l’ha voluta o ha concesso il permesso per costruirla.

Su innumerevoli magliette e nei luoghi pubblici capeggiano slogan e diciture del suo partito che è detto partito democratico gabonese (pdg) anche se di fatto non pare esserlo. I suoi sistemi non sono infatti propriamente democratici. Si vocifera che le elezioni siano spesso state pilotate e che gli oppositori vengano messi a tacere offrendo loro ingenti somme di denaro attinto da conti miliardari in Svizzera. Al presidente va tuttavia dato atto di aver tenuto lontano dal paese le guerre che hanno invece causato distruzione e morti in parecchi degli altri stati africani.

Il popolo sembra comunque soddisfatto di questo regime. Per inclinazione i gabonesi non sono grandi lavoratori, anzi li definirei piuttosto pigri: si accontentano di tirare a campare senza troppi patemi, e, qualora questi si presentino, affogando i propri dispiaceri nell’alcool.

Nella mattinata, in tutto il paese si sono svolte le celebrazioni dell’anniversario. A Franceville si sono radunate migliaia di persone in piazza dell’Indipendenza e nella route “Omar Bongo” che la attraversa. Una parata militare piuttosto bizzarra ed anarchica ha dato inizio alla cerimonia, seguita quindi da una sfilata di vari gruppi della città. La gente si è radunata in massa ed ha osservato sfilare le più svariate associazioni, gruppi di lavoratori, il personale dell’ospedale e dei negozi della città, donne cattoliche, colonie di immigrati di altri paesi africani... Il tutto in un clima di festa ma senza grandi esagerazioni e senza bisogno di divieti.

 

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August 17

DANS MON PAIS DU GABON - OH YEAH!

Lorenzo si è portato dall’Italia un grande borsone pieno zeppo di giocattoli per bambini dai 5 ai 10 anni e più. Vi sono palline di ogni tipo, pupazzetti, macchinine, boomerang, pistole lanciapalline... una manna per i piccolini. Mentre attendiamo al bar che il meccanico rimetta in sesto la jeep, Lorenzo apre il borsone dei balocchi entrando nelle grazie di un gruppetto di fanciulli che ci guarda con circospezione. Non passa molto tempo che tutto il circondario sa. Si mormora di un prestigiatore bianco che tira fuori conigli (di peluche) e palline dal borsone. Creature scalze saltellanti accorrono a frotte implorando uno dei magnifici “cadeau”. La bontà d’animo di Lorenzo e gli sguardi imploranti dei piccolini, fanno sì che ciascuno riceva il suo gradito omaggio. La consegna è sempre un momento particolare: i bambini si accalcano tentando di carpire qualcosa dalle mani del donatore. I più grandi ottengono in genere i gadgets migliori, cedendo obbedienti il surplus agli amici.

Ci sono abbastanza bambini per coinvolgerli in danze e giochini. Elia ci riesce benissimo, i piccoli ripetono i suoi gesti e le sue parole. Una canzone fa pressapoco così: «Dans mon pais du Gabon - oh Yeah! dans mon pais du Gabon - oh Yeah! lo soleil brillait comme ça, les enfants jouons comme ça, les singes sautons comme ça...»

Osservo divertito: è un piacere restare a guardare piedi che zampettano rapidi, mani che si protendono e lanciano al vento i giochini ricevuti, sorrisi che prendono forma sui volti. Il ricordo di quei bambini felici come una Pasqua durerà sicuramente più dei giochi che non sono ahimè indistruttibili, non dureranno all'infinito ed un giorno verranno abbandonati. Nel mio paese del Gabon, oh Yeah!!!

 

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UN ALTRO GIORNO DA TURISTA

Quest’oggi invece ci siamo spinti in direzione di Lekonì, villaggio a nord-est di Franceville, a pochi kilometri dal confine col Congo Democratico, laddove la foresta equatoriale lascia il posto ad un ambiente simile alla savana. Un vastissimo altipiano si distende fino ad occupare una consistente parte del Congo. Pur potendo scambiare il paesaggio per quello di un deserto, in realtà la zona è molto ricca d’acqua. È qui che prendono origine i grandi fiumi del paese.

Nel nostro programma da “turisti” c’è una sosta sull’altipiano, una visita al canyon poco lontano dal Congo, ed infine un bagno nelle acque limpide di un fiume nei pressi del villaggio.

Riusciamo soltanto a fare due delle soste programmate a causa di un guasto alla Land Rover che da quando l’ho denominata indistruttibile qui sul blog, ha cominciato a perdere i pezzi ogni tragitto di più.

Le acque limpide e turchesi del fiume nel quale ci tuffiamo sono immerse in un oasi verde. Ci lasciamo trasportare dalla corrente per poi risalirla a fatica. Sventoliamo bandiera bianca di fronte all’attacco di nugoli di pappataci portatori di prurito, pomfi e febbre Dengue.

Sull’altopiano la vegetazione è totalmente opposta a quella della foresta: rada e costituita da piccoli cespugli o alberelli dall’aspetto rinsecchito. Regna un assoluto silenzio. Lo ascoltiamo imitandolo. Nemmeno il vento leggero che incurva i ciuffi d’erba osa fare rumore. Guardiamo dal basso in alto giganteschi termitai: piramidi traforate dalla consistenza marmorea.

Starei qui per ore, ma il tempo stringe, le tappe sono forzate, lo spirito del viaggiatore deve ahimè soccombere a quello del turista.

 

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TURISTA PER UN GIORNO

In un così lungo soggiorno non potevano mancare un paio giorni vissuti da turista, in cerca degli scenari più suggestivi del distretto. I luoghi definiti turistici, rispetto ad un qualsiasi altro paese, sono ridotti di numero e, date le poche risorse, sono anche poco valorizzati. Per me tuttavia, tutto quel che è Africa è sinonimo di estremo interesse e la distinzione tra località turistica o non è del tutto arbitraria.

Quello che ho notato nel discreto tempo trascorso con la fotocamera al collo è che qui in Gabon non è facile trovare paesaggi naturali da catturare. Forse perchè si sviluppa tutto molto orizzontalmente, forse per il susseguirsi di un paesaggio non molto vario, sebbene completamente nuovo. Un’altra plausibile spiegazione è che la natura è talmente rigogliosa e dominatrice che non riesce ad essere contenuta in un solo scatto. Inoltre, l’assenza quasi totale di sole non aiuta. E dire che la fotografia di paesaggio è quella in cui credo di riuscire meglio, la mia preferita.

Nella giornata di ieri ci siamo recati a Pubarà, nucleo di case che sorge nei pressi del fiume Ogoouè. Gli abitanti vivono grazie alla centrale per la produzione di energia idroelettrica. Una famiglia ha inoltre messo su un piccolo sito turistico. Pagando una cospicua cifra, si viene accompagnati dal figlio lungo un sentierino tra gli alberi fino ad una radura dalla quale la vista si apre su delle ampie cascate. Altre attrattive sono il corso del fiume stesso, un paio di baobab e gli intrichi di liane tra la foresta. Proprio con le liane è stato inoltre costruito un ponte sospeso sull’acqua. È questa l’attrazione alla quale un comune turista non riesce proprio a resistere, quella che registra il maggior numero di scatti fotografici. Io non mi sono tirato indietro, anche se ho notato distintamente una forte differenza tra lo spostarsi da turista o farlo con lo spirito del viaggiatore. Propendo decisamente per quest’ultimo.

 

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August 15

POTOS, ANIMA COMMERCIALE

Si sa, il commercio è la vera anima dell'africa. Piccoli mercati spuntano in ogni quartiere; quelli più grossi formano le zone nodali della città. A Franceville l'attività commerciale ferve a Potos. Tutti i taxi-bus vi fanno capolinea, le vie sono sempre gremite di gente. Ciascuno ha della merce da vendere; i più poveri portano essi stessi i prodotti che hanno sudato nelle piantagioni. Alcune prodotti sono presi dai villaggi in foresta e convogliati qui per la vendita.

I negozi più grandi forniscono i servizi più elaborati: officine meccaniche, supermercati, chincaglierie per la casa e tutto di più, negozi di telefonia, laboratori fotografici... La gente comune ci mette piede raramente.

Le bancarelle di medie dimensioni offrono generalmente vestiti o alimenti. Poco altro. Tra la roba da mangiare vi è un'infinità di frutta, montagne di sardine, manioca e tuberi bitorzoluti, essenze varie. Tra i vestiti si puo trovare tutta la roba più kitsch che si possa immaginare. È come se tutto quanto rimanga invenduto altrove finisca qui. Niente che abbia una rilevanza, che attiri l’attenzione di un visitatore straniero. Cumuli di ciabatte, mucchi di magliette e cannottiere che un europeo non si sognerebbe mai di indossare.

Infine ci sono i venditori ambulanti o chi non ha posto fisso e si arrangia come può, disponendo la mercanzia direttamente sulla strada. Qualche pomodoro, un grappolo di peperoncini e tre o quattro bastoni di manioca sono più che sufficienti per legittimare una permanenza di ore ed ore.

Passando tra le vie, sorge spontaneo chiedersi come certa gente riesca a campare vendendo una quantità di merce talmente ridotta o come si possa smaltire tutta la quantità di roba sempre uguale che abbonda su gran parte delle bancarelle.

Una possibile spiegazione è che le merci siano solo un pretesto per stabilire e mantenere i contatti sociali che un mercato dona in abbondanza. Per le donne la vendita è un importante rito, per la quale indossare il vestito migliore. Con i loro bou-bou colorati troneggiano dietro il banco chiacchierando e spettegolando con le vicine. Sempre al loro posto, vi passano interi pomeriggi. Il loro vociare profondo è sottofondo per il visitatore. Del cliente non ci si interessa se non proprio quando insiste a voler comprare. Il processo di vendita passa in secondo piano, fondamentale è osservare quel che capita in strada, pronte a intervenire in massa al minimo segnale degno di nota.

Timidamente ho scattato una foto ad una veduta di insieme del mercato catalizzando per qualche minuto l’attenzione delle venditrici. In quel momento ero io la ragione di essere al mercato. Avevo tutti gli occhi addosso, le più gentili hanno accennato una risata, alcune uno sguardo di disprezzo. Una mi ha fermamente ripreso. Ho dovuto andare a mostrarle la foto con l’intenzione di cancellarla se avesse insistito. Invece, come per la teoria di prima, era solo un pretesto. Ben presto ha voluto che fossi io a mettermi in posa, improvvisandosi lei fotografa. Non ho potuto sfuggire ad ulteriori sue domande e mi ha strappato la promessa che sarei tornato lunedì. In fondo anche a me piace restare ad osservare.

 

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CACCIA GROSSA

Un cacciatore conosce la foresta come le sue tasche. Per lui ogni più piccola foglia ha un nome e un uso specifico. È così anche per Edmond, colui che mi ha portato a caccia martedì.

Allontanandoci dal villaggio e addentrandoci nella foresta, la pista si fa via via più stretta e accennata. Lui davanti a scandire il ritmo. Un sacco di iuta legato con delle liane in spalla, il fucile a tracolla ed il macete in pugno. Sferra colpi a destra e a manca. Se ha deciso che quella è la via, non vi è ramo che possa resistergli.

Io lo seguo, in spalla uno zaino zeppo di cose che non serviranno, la fotocamera a tracolla, un piccolo coltello in pugno. Fiero, lo brandisco come fosse una spada, ma non vi è fuscello che si lasci affettare.

L’andatura è sostenuta, arranco noncurante dei rami che mi si attaccano ai vestiti. Se il mio compagno si ferma, è solitamente per indicarmi una pianta con dei poteri particolari: una è commestibile e buona, un’altra è utile contro le scottature, questa ferma l’emorragie, con le foglie di quella si fanno delle tisane scacciadolori... A prima vista risultano tutte uguali; per me lo sono anche se le guardo attentamente.

Altre attrazioni sono un’invisibile trappola per antilopi, impronte di facocero, la parte restante di un termitaio divorato da un formichiere, frutti selvatici, segni di pista...

Camminiamo per due ore prima che inizi la caccia vera e propria. Con criteri a me sconosciuti, si arresta in punti strategici. Si porta la mano alla bocca e emette strani versi, che fungono da richiamo per le gazzelle. Ma non abbiamo fortuna.

Abbandoniamo la pista (che ormai è quasi impercettibile) deviando verso sinistra. In una pausa costruisce dei lacci che utilizzerà come trappole per uccelli. Li ricava dalla corteccia di un albero. Dell’albero che assomiglia a centinaia di altri, ma che lui solo possiede quelle determinate caratterische. Si abbevera quindi al fiume usando come bicchiere una foglia ripiegata ad arte. Inutile dire che anche per i bicchieri si utilizza un’unica foglia ben precisa.

Pur conservando l’idea generale della direzione verso la quale si trova il villaggio, non saprei tornarci, nemmeno seguendo i segni di pista che Edmond regolarmente lascia spezzando i rami in un certo modo.

Degli animali nessuna traccia, solo una scimmia si è mossa sugli alberi in lontananza. Siamo costretti ad arrestarci in attesa di tempi migliori.

Il mio compagno sistema ad arte le poche cose che si è portato dietro. Con quattro legni, ed un tocco magico accende un tiepido fuoco. Mangiamo un boccone (l’unico che abbiamo portato) e diamo una sorsata d’acqua (l’unica che è rimasta). Sdraiato sulla nuda terra, cado in un sonno ristoratore. Mi sveglio ogni tanto a scacciare qualche formica fastidiosa. Di altri animali nemmeno l’ombra.

Decidiamo di andarceli nuovamente a cercare. È buio già da un pezzo, ma la cosa non ci impedisce di procedere rapidamente. Passa la prima ora. Con essa se ne va la soddisfazione per l'avventura e interviene la stanchezza. E la sete. Sono questi i pensieri che mi torturano la mente.

Le piante al buio sono tante linee nere, cerco di evitare le più grosse e spinose, nelle altre, per non rimanere distanziato, mi ci butto a capofitto. Guardo dove metto i piedi cercando di non fare troppo rumore e... peeemm!! ...nemmeno il tempo di rendermi conto che qualcosa si muovesse nell’oscurità che il mio compagno ha già imbracciato il fucile e fatto fuoco. Un rumore fortissimo che mi fa sobbalzare. Col cuore in gola resto in ascolto. Un fruscio che si fa sempre più lontano. L’ha mancata, penso. Il mio amico mi fa cenno di restare immobile e va ad accertarsi. Io rimango in silenzio, immerso nel buio più nero. Non ho paura ma c’è un pensiero che mi attanaglia. «e se nella foga sparasse indietro? Che faccio, accendo la pila? E se così facendo l’animale scappasse? Ma no, avrà calcolato tutto, sa la posizione esatta dove mi trovo». Scanso equivoci, con un minimo spostamento mi nascondo dietro all’alberello vicino. Purtroppo non è molto spesso: decido di coprire il cuore, cerco poi di allineare tutti gli altri organi vitali.

Passa un minuto e scorgo nuovamente la torcia che punta nella mia direzione. Accendo la mia in segno di pace. Nulla di fatto, la gazzella è fuggita. Stanco ed un po’ deluso lo seguo fino alla prossima sosta. Placo la sete abbeverandomi ad un rigagnolo, un’appiccicaticcio frutto di Bàmbu è quanto troviamo come spuntino di mezzanotte. Ormai siamo rassegnati a tornare a mani vuote, al massimo tireremo a qualche uccello prima di far ritorno al villaggio. Ci mettiamo nuovamente a dormire.

Veniamo svegliati da un fruscio poco distante. Sul volto di Edmond compare un sorrisetto beffardo; «sta a vedere che alle 5 del mattino riusciamo a fare il colpaccio» penso tra me e me (il plurale è puramente gratuito ma concedetemelo).

Lui scatta in piedi fa due passi, scavalcando me, ancora sdraiato, e fa fuoco. Nulla, niente di niente, nè un «ahi» nè ulteriori rumori. «L’ha mancato nuovamente, ora andrà a verificare e tornerà dicendo “il est fuì”». Resto in trepida attesa osservando la luce che perlustra in lontananza finchè, finalmente, scorgo la sagoma di Edmond che esclama: «l’Oreinar!». Tiene per la coda una specie di volpe color grigio scuro. Esaminandola più attentamente vedo la ferita sulla testa e comprendo la bravura del mio amico.

Non c'è più tempo per riposare, il sole sta per sorgere; gli animali, ad eccezione di uno, si rifugiano nelle proprie tane e per noi è tempo di fare ritorno al villaggio.

 

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August 14

ATTORNO AL FUOCO

Sono stato nuovamente in foresta. Questa volta per un giornata intera. Credevo di trovare chissà quale strano animale e di fare foto memorabili. Invece ancora una volta le mie aspettative sono state smentite.

Sono le 7.00 di sera, la luce si è spenta già da un pezzo. La notte cala di colpo come se fosse stato premuto un interruttore. Assieme al mio compagno sto riposando. Sto ricaricando le pile Abbiamo marciato quasi ininterrottamente per sei ore e stiamo ricaricando le pile in vista delle prossime 6. Siamo sdraiati su un letto di foglie nel sottobosco; dinnanzi a noi scoppietta un piccolo focherello. Ci riscalda col suo tepore e ci fa sentire meno indifesi in quest’enorme scuro groviglio che è la foresta di notte.

Anche in questa occasione, così differente dalla routine quotidiana, è evidente che i bisogni dell’uomo sono gli stessi in tutto il mondo.

Intorno ad un fuoco si crea sempre un’atmosfera particolare. È normale rimanere assorti nei propri pensieri, fare il punto della situazione, concentrarsi sulle cose essenziali.. Anche se non si è soli succede di rimanere per lungo tempo in silenzio; le poche parole che ci si scambia, d’altra parte, valgono solitamente come intere conversazioni.

Tutto questo sembra valere anche per un africano in una foresta equatoriale: il mio amico pare pensare come sto facendo io. «Vivere in un villaggio è dura, oltre alla foresta non si ha nient’altro. Per un giovane non ci sono vantaggi – mi dice – non c’è lavoro, non si hanno prospettive per il futuro.» In questo modo si è costretti a spostarsi in città dove la situazione, seppur non di molto, è migliore.

Vorrebbe viaggiare, realizzare quanto sente di poter fare, buttarsi in uno dei tanti lavori che ha imparato (agricoltore, infermiere, muratore), invece è costretto a restare qui preparando e vendendo tisane o andando a caccia quando trova i soldi per cartucce e trasporti. Pensa, forse, alla moglie in Congo e ai suoi figli. Nei suoi occhi leggo ora un leggero senso di tristezza, di rassegnazione. Osservandolo solo poche ore fa, mentre con decisione tranciava rami col macete o quando procedeva a passo spedito sulla pista da lui stesso tracciata, non avrei mai pensato che il suo viso, illuminato dalla luce di un fuoco, potesse tradire una seppur piccola indecisione o malinconia.

Non posso fare a meno di pensare a quanto sia differente il nostro stile di vita. Abbiamo quasi tutto ma spesso non ce ne rendiamo conto.

A ricordarcelo ci pensa il calore di un fuoco. Purtroppo nel nostro mondo civilizzato risulta sempre più difficile poterne accendere uno.

 

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August 11

ABBONDANZA

Come tutti ben sanno, le materie prime in Africa abbondano e la terra gabonese è tra le più ricche del continente. Il legname ovviamente non manca; ferro, uranio e petrolio stanno acquisendo un'importanza crescente nelle esportazioni del Gabon. Ma i giacimenti più ingenti sono quelli di manganese. A Moanda, cittadina nelle vicinanze di Franceville, lavora giorno e notte un’impianto per l’estrazione di tale risorsa. Questo metallo, fra le altre cose, è un componente chiave per gli acciai inossidabili a basso costo e per alcune leghe di alluminio di largo impiego. La Comilog, l’impresa che si occupa dell’estrazione del metallo, dà lavoro e ricchezza a gran parte degli abitanti di Moanda.

Senza troppi intoppi (al limite, come a noi, può capitare di forare un gomma), è possibile vedere da vicino la cava e, con un permesso, visitarla. La strada che conduce ad essa attraversa quella che è definita da alcuni la “valle della morte”. Il paesaggio sarebbe simile a quello che circonda molte della altre strade nazionali, se non fosse che la polvere, al posto che essere rossa, è nera, rendendo l’ambiente cupo e pesante. Gli alberi ai bordi della strada assumono un colore tanto scuro da sembrare immersi nel petrolio. Gli scarichi della miniera formano torbidi torrenti semiliquidi che scorrono lenti e viscosi tra la vegetazione.

Le ruspe vanno e vengono e, instancabili, affondano i loro bracci in enormi montagne di nero metallo. Un lungo nastro trasportatore convoglia quindi il manganese allo stabilimento centrale, dove subirà non so quale tipo di lavorazione. Ogni kilogrammo di metallo dovrebbe corrispondere a una unità di ricchezza per la popolazione, ma a quanto pare non è così: come tutti ben sanno, una delle principali materie prime dell’Africa sembra essere la corruzione.

 

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