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    August 19

    FINE? NO, SOLO UN'INIZIO

     

    COLLAGE

     

     

    Ultimo giorno a Franceville, ultime ore d’Africa. Domani prenderò il treno, mi allontanerò progressivamente da una realtà che ha piacevolmente catturato la mia attenzione in questi 45 giorni. Il soggiorno è durato abbastanza, la fine giunge al momento giusto, molte cose ho visto e vissuto; c’è parecchio materiale per riflettere.

    Nonostante qui mi sia trovato stupendamente, ho voglia di tornare, di riabbracciare la mia terra, i miei cari. Non vedo l’ora di scendere dall’aereo e sudare nell’afa di Milano, di svuotare lo zaino, di sdraiarmi a casa, di mangiarmi una bella pizza! E di trascorrere qualche giorno in montagna per rientrare gradualmente nei ritmi italiani.

    So che un giorno, neppure tanto lontano, tornerò a maledire la routine quotidiana e a ricordare i bei giorni passati nel continente nero. È normale e giusto che sia così. Lo chiamano “mal d’Africa”, credo sia nostalgia per uno stile di vita semplice e naturale, per il calore e la spontaneità della gente.

     

    Se ripenso ai primi momenti di questo viaggio, li sento lontani. Non riesco a ricordare tutti gli avvenimenti dei primi giorni e, se sbircio nel diario, fatico a credere di averlo scritto proprio io. Ho mutato l’ottica di guardare alle cose, mi sono abituato alle usanze locali. La grande quantità di gente sulle strade, i saluti scambiati con chiunque incontri, il costante sottofondo musicale, le difficoltà e le gioie della vita comunitaria, la stanchezza che ogni giornata porta con sè, sono diventate abitudini.

    L’immagine che avevo dell’Africa (parlo di Africa per comodità, ma farei meglio a parlare di Gabon, anzi... di Franceville) è stata stravolta a ripetizione. I castelli di carta che mi ero costruito sono crollati al suolo. Non posso certo dire di conoscere l’Africa o gli africani, posso però affermare, con un briciolo di presunzione, di aver imboccato un sentiero che, se vorrò, potrà essere lungo, impervio e poco segnato. Non so se avrò la volontà di approfondire questa conoscenza, ma quel che so ora è che è imperativo farlo. È anzi doveroso e più che mai attuale. Il mondo al giorno d’oggi è così piccolo che non è permesso rintanarsi nel proprio cantuccio, non si può pensare unicamente al proprio orticello. Si deve pensare in grande, aver fiducia nelle capacità dell’uomo anche se sono molte le forze che tendono ad appiattirle.

     

    Ho avuto la fortuna di compiere questo viaggio e, viaggiare, vuol dire aprire i propri orizzonti. È ora indispensabile non restare in contemplazione, ma sforzarsi di oltrepassarli. È necessario intraprendere un processo di “conversione” che permetta di cambiare le abitudini di prima alla luce di quanto visto e sperimentato.

    Sicuramente nodo fondamentale è il rispetto di tutti i diritti che un essere umano possiede in quanto tale. Il primo e più importante è il diritto a essere liberi di seguire le proprie aspirazioni. Sarebbe bello che anche un gabonese un giorno possa, se lo voglia, compiere un viaggio in senso inverso al mio.

    Per far ciò deve averne le possibilità: la cultura, le competenze ed il denaro necessario.

    Quello che noi chiamiamo progresso. La necessità di progredire e svilupparsi è, per l’Africa, priorità. La vita qui è paragonabile a quella che facevano i nostri bisnonni cent’anni fa. Viene spontaneo chiedersi se mai l’Africa possa raggiungere i “traguardi” (non sempre positivi) che il nostro mondo ha raggiunto. Se voglia farlo.

    Credo che ogni essere umano aspiri a migliorare le proprie condizioni di vita. Pensare il contrario è puro egoismo. Allo stesso tempo un popolo deve conservare la propria cultura e le sue tradizioni.

    Pertanto, se i popoli africani vorranno svilupparsi, dovranno farlo spontaneamente e con le proprie forze. Hanno gli strumenti e le materie prime per farlo. Ben venga un aiuto esterno, ma che sia sincero e disinteressato. Almeno che non sia, come accade al giorno d’oggi, un aiuto al contrario.

    È nostro dovere morale fare in modo che sia così, non mettere al centro di tutto il dio denaro arricchendoci alle spalle di qualcun altro. Lo sviluppo non deve esistere a scapito dei diritti altrui. Capito questo, se riuscissimo a metterlo in pratica sarebbe il più grande successo che possa attualmente immaginare. E non importa se sarà una goccia nel mare.

    Le nuove generazioni africane, ci chiedono questo sforzo. Credo sia ampiamente alla nostra portata. In questo, rispetto a molti di voi, mi sento privilegiato, potendo contare sul ricordo e sulla gioia che sprigionano i tanti bellissimi volti incontrati.

     

     

    ANEDDOTI E STORIELLE

    Avrei ancora molte cose da scrivere su questo blog. Potrei farlo comodamente da casa; la connessione è anche più veloce. Ma non sarebbe la stessa cosa. Temo non avrei nemmeno più la voglia di mettermi li a pensare. Pertanto tutti queste considerazioni resteranno non scritte, le lettere rimarranno non digitate. Soltanto uno pensiero ci tengo che non venga a mancare ed è per ringraziare tutte le persone che hanno permesso che questo viaggio potesse realizzarsi e tutti coloro che qui in Gabon mi hanno accolto con estrema gentilezza. Senza di loro il mio soggiorno sarebbe stato notevolmente più complicato. Tra queste persone ci sono padre Lorenzo, di cui ho già parlato, e padre Elia.

    Di Elia avevo vaghi ricordi per gli anni passati come sacerdote a Segrate. Non potevo sicuramente immaginarlo ora cosi com'è. Originario di Mandello sul lago di Lecco, non poteva che adattarsi splendidamente al modo di vivere africano. Con un braccio tremolante per una ignoto malanno qui acquisito, possiede uno spirito allegro come quello dei gabonesi, al quale affianca doti di instancabile e competente lavoratore. Ha conoscenze in ogni campo, è il factotum della missione. Sa costruire una casa, riparare la land rover in panne, curare un attacco di malaria, ha conoscenze di botanica, zoologia, idraulica ecc. Ma il meglio di sè lo dà con un fucile in mano.

    Potrei riempire una pagina con tutti gli aneddoti e le storielle che ci racconta quotidianamente. La maggior parte, e sono quelli che lo coinvolgono di più, narrano di incontri con serpenti o altri animali. Come di quando si è trovato a tu per tu con un velenosissimo mamba verde, schiacciandolo per terra con lo schienale della sedia; o quando, tirato sotto con l'auto un caimano, l'ha preso per la coda scoprendo solo dopo che era ancora vivo. Se non si conoscesse il personaggio si potrebbe dire che le spara grosse. Ma io lo conosco e non fatico a credere che siano tutte realmente accadute, al limite un pochino romanzate, come quelle che un nonno racconta ai nipotini.

     

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    August 18

    INDEPENDENCE DAY

    Il 17 agosto è festa nazionale. Scorrono fiumi di birra e di persone. Si festeggia la ricorrenza dell’indipendenza del Gabon dalla dominazione francese avvenuta nel 1960. Da allora il Gabon è divenuto repubblica presidenziale. Solamente due presidenti si sono succeduti al governo della nazione; quello attuale, Omar Bongo, è in carica da più di quarant’anni. Un record. Come abbia fatto questo minuto omino a restare così a lungo al potere è un mistero. Sicuramente è un uomo astuto, almeno quanto corrotto. La sua effige compare su molte delle stoffe colorate con le quali si cuciono i boubou femminili o le vistose camice degli uomini. Sue ville sono sparse per il paese; qualsiasi struttura che sia diversa dalle anonime abitazioni popolari, esiste perchè lui l’ha voluta o ha concesso il permesso per costruirla.

    Su innumerevoli magliette e nei luoghi pubblici capeggiano slogan e diciture del suo partito che è detto partito democratico gabonese (pdg) anche se di fatto non pare esserlo. I suoi sistemi non sono infatti propriamente democratici. Si vocifera che le elezioni siano spesso state pilotate e che gli oppositori vengano messi a tacere offrendo loro ingenti somme di denaro attinto da conti miliardari in Svizzera. Al presidente va tuttavia dato atto di aver tenuto lontano dal paese le guerre che hanno invece causato distruzione e morti in parecchi degli altri stati africani.

    Il popolo sembra comunque soddisfatto di questo regime. Per inclinazione i gabonesi non sono grandi lavoratori, anzi li definirei piuttosto pigri: si accontentano di tirare a campare senza troppi patemi, e, qualora questi si presentino, affogando i propri dispiaceri nell’alcool.

    Nella mattinata, in tutto il paese si sono svolte le celebrazioni dell’anniversario. A Franceville si sono radunate migliaia di persone in piazza dell’Indipendenza e nella route “Omar Bongo” che la attraversa. Una parata militare piuttosto bizzarra ed anarchica ha dato inizio alla cerimonia, seguita quindi da una sfilata di vari gruppi della città. La gente si è radunata in massa ed ha osservato sfilare le più svariate associazioni, gruppi di lavoratori, il personale dell’ospedale e dei negozi della città, donne cattoliche, colonie di immigrati di altri paesi africani... Il tutto in un clima di festa ma senza grandi esagerazioni e senza bisogno di divieti.

     

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    August 17

    DANS MON PAIS DU GABON - OH YEAH!

    Lorenzo si è portato dall’Italia un grande borsone pieno zeppo di giocattoli per bambini dai 5 ai 10 anni e più. Vi sono palline di ogni tipo, pupazzetti, macchinine, boomerang, pistole lanciapalline... una manna per i piccolini. Mentre attendiamo al bar che il meccanico rimetta in sesto la jeep, Lorenzo apre il borsone dei balocchi entrando nelle grazie di un gruppetto di fanciulli che ci guarda con circospezione. Non passa molto tempo che tutto il circondario sa. Si mormora di un prestigiatore bianco che tira fuori conigli (di peluche) e palline dal borsone. Creature scalze saltellanti accorrono a frotte implorando uno dei magnifici “cadeau”. La bontà d’animo di Lorenzo e gli sguardi imploranti dei piccolini, fanno sì che ciascuno riceva il suo gradito omaggio. La consegna è sempre un momento particolare: i bambini si accalcano tentando di carpire qualcosa dalle mani del donatore. I più grandi ottengono in genere i gadgets migliori, cedendo obbedienti il surplus agli amici.

    Ci sono abbastanza bambini per coinvolgerli in danze e giochini. Elia ci riesce benissimo, i piccoli ripetono i suoi gesti e le sue parole. Una canzone fa pressapoco così: «Dans mon pais du Gabon - oh Yeah! dans mon pais du Gabon - oh Yeah! lo soleil brillait comme ça, les enfants jouons comme ça, les singes sautons comme ça...»

    Osservo divertito: è un piacere restare a guardare piedi che zampettano rapidi, mani che si protendono e lanciano al vento i giochini ricevuti, sorrisi che prendono forma sui volti. Il ricordo di quei bambini felici come una Pasqua durerà sicuramente più dei giochi che non sono ahimè indistruttibili, non dureranno all'infinito ed un giorno verranno abbandonati. Nel mio paese del Gabon, oh Yeah!!!

     

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    UN ALTRO GIORNO DA TURISTA

    Quest’oggi invece ci siamo spinti in direzione di Lekonì, villaggio a nord-est di Franceville, a pochi kilometri dal confine col Congo Democratico, laddove la foresta equatoriale lascia il posto ad un ambiente simile alla savana. Un vastissimo altipiano si distende fino ad occupare una consistente parte del Congo. Pur potendo scambiare il paesaggio per quello di un deserto, in realtà la zona è molto ricca d’acqua. È qui che prendono origine i grandi fiumi del paese.

    Nel nostro programma da “turisti” c’è una sosta sull’altipiano, una visita al canyon poco lontano dal Congo, ed infine un bagno nelle acque limpide di un fiume nei pressi del villaggio.

    Riusciamo soltanto a fare due delle soste programmate a causa di un guasto alla Land Rover che da quando l’ho denominata indistruttibile qui sul blog, ha cominciato a perdere i pezzi ogni tragitto di più.

    Le acque limpide e turchesi del fiume nel quale ci tuffiamo sono immerse in un oasi verde. Ci lasciamo trasportare dalla corrente per poi risalirla a fatica. Sventoliamo bandiera bianca di fronte all’attacco di nugoli di pappataci portatori di prurito, pomfi e febbre Dengue.

    Sull’altopiano la vegetazione è totalmente opposta a quella della foresta: rada e costituita da piccoli cespugli o alberelli dall’aspetto rinsecchito. Regna un assoluto silenzio. Lo ascoltiamo imitandolo. Nemmeno il vento leggero che incurva i ciuffi d’erba osa fare rumore. Guardiamo dal basso in alto giganteschi termitai: piramidi traforate dalla consistenza marmorea.

    Starei qui per ore, ma il tempo stringe, le tappe sono forzate, lo spirito del viaggiatore deve ahimè soccombere a quello del turista.

     

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    TURISTA PER UN GIORNO

    In un così lungo soggiorno non potevano mancare un paio giorni vissuti da turista, in cerca degli scenari più suggestivi del distretto. I luoghi definiti turistici, rispetto ad un qualsiasi altro paese, sono ridotti di numero e, date le poche risorse, sono anche poco valorizzati. Per me tuttavia, tutto quel che è Africa è sinonimo di estremo interesse e la distinzione tra località turistica o non è del tutto arbitraria.

    Quello che ho notato nel discreto tempo trascorso con la fotocamera al collo è che qui in Gabon non è facile trovare paesaggi naturali da catturare. Forse perchè si sviluppa tutto molto orizzontalmente, forse per il susseguirsi di un paesaggio non molto vario, sebbene completamente nuovo. Un’altra plausibile spiegazione è che la natura è talmente rigogliosa e dominatrice che non riesce ad essere contenuta in un solo scatto. Inoltre, l’assenza quasi totale di sole non aiuta. E dire che la fotografia di paesaggio è quella in cui credo di riuscire meglio, la mia preferita.

    Nella giornata di ieri ci siamo recati a Pubarà, nucleo di case che sorge nei pressi del fiume Ogoouè. Gli abitanti vivono grazie alla centrale per la produzione di energia idroelettrica. Una famiglia ha inoltre messo su un piccolo sito turistico. Pagando una cospicua cifra, si viene accompagnati dal figlio lungo un sentierino tra gli alberi fino ad una radura dalla quale la vista si apre su delle ampie cascate. Altre attrattive sono il corso del fiume stesso, un paio di baobab e gli intrichi di liane tra la foresta. Proprio con le liane è stato inoltre costruito un ponte sospeso sull’acqua. È questa l’attrazione alla quale un comune turista non riesce proprio a resistere, quella che registra il maggior numero di scatti fotografici. Io non mi sono tirato indietro, anche se ho notato distintamente una forte differenza tra lo spostarsi da turista o farlo con lo spirito del viaggiatore. Propendo decisamente per quest’ultimo.

     

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    August 15

    POTOS, ANIMA COMMERCIALE

    Si sa, il commercio è la vera anima dell'africa. Piccoli mercati spuntano in ogni quartiere; quelli più grossi formano le zone nodali della città. A Franceville l'attività commerciale ferve a Potos. Tutti i taxi-bus vi fanno capolinea, le vie sono sempre gremite di gente. Ciascuno ha della merce da vendere; i più poveri portano essi stessi i prodotti che hanno sudato nelle piantagioni. Alcune prodotti sono presi dai villaggi in foresta e convogliati qui per la vendita.

    I negozi più grandi forniscono i servizi più elaborati: officine meccaniche, supermercati, chincaglierie per la casa e tutto di più, negozi di telefonia, laboratori fotografici... La gente comune ci mette piede raramente.

    Le bancarelle di medie dimensioni offrono generalmente vestiti o alimenti. Poco altro. Tra la roba da mangiare vi è un'infinità di frutta, montagne di sardine, manioca e tuberi bitorzoluti, essenze varie. Tra i vestiti si puo trovare tutta la roba più kitsch che si possa immaginare. È come se tutto quanto rimanga invenduto altrove finisca qui. Niente che abbia una rilevanza, che attiri l’attenzione di un visitatore straniero. Cumuli di ciabatte, mucchi di magliette e cannottiere che un europeo non si sognerebbe mai di indossare.

    Infine ci sono i venditori ambulanti o chi non ha posto fisso e si arrangia come può, disponendo la mercanzia direttamente sulla strada. Qualche pomodoro, un grappolo di peperoncini e tre o quattro bastoni di manioca sono più che sufficienti per legittimare una permanenza di ore ed ore.

    Passando tra le vie, sorge spontaneo chiedersi come certa gente riesca a campare vendendo una quantità di merce talmente ridotta o come si possa smaltire tutta la quantità di roba sempre uguale che abbonda su gran parte delle bancarelle.

    Una possibile spiegazione è che le merci siano solo un pretesto per stabilire e mantenere i contatti sociali che un mercato dona in abbondanza. Per le donne la vendita è un importante rito, per la quale indossare il vestito migliore. Con i loro bou-bou colorati troneggiano dietro il banco chiacchierando e spettegolando con le vicine. Sempre al loro posto, vi passano interi pomeriggi. Il loro vociare profondo è sottofondo per il visitatore. Del cliente non ci si interessa se non proprio quando insiste a voler comprare. Il processo di vendita passa in secondo piano, fondamentale è osservare quel che capita in strada, pronte a intervenire in massa al minimo segnale degno di nota.

    Timidamente ho scattato una foto ad una veduta di insieme del mercato catalizzando per qualche minuto l’attenzione delle venditrici. In quel momento ero io la ragione di essere al mercato. Avevo tutti gli occhi addosso, le più gentili hanno accennato una risata, alcune uno sguardo di disprezzo. Una mi ha fermamente ripreso. Ho dovuto andare a mostrarle la foto con l’intenzione di cancellarla se avesse insistito. Invece, come per la teoria di prima, era solo un pretesto. Ben presto ha voluto che fossi io a mettermi in posa, improvvisandosi lei fotografa. Non ho potuto sfuggire ad ulteriori sue domande e mi ha strappato la promessa che sarei tornato lunedì. In fondo anche a me piace restare ad osservare.

     

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    CACCIA GROSSA

    Un cacciatore conosce la foresta come le sue tasche. Per lui ogni più piccola foglia ha un nome e un uso specifico. È così anche per Edmond, colui che mi ha portato a caccia martedì.

    Allontanandoci dal villaggio e addentrandoci nella foresta, la pista si fa via via più stretta e accennata. Lui davanti a scandire il ritmo. Un sacco di iuta legato con delle liane in spalla, il fucile a tracolla ed il macete in pugno. Sferra colpi a destra e a manca. Se ha deciso che quella è la via, non vi è ramo che possa resistergli.

    Io lo seguo, in spalla uno zaino zeppo di cose che non serviranno, la fotocamera a tracolla, un piccolo coltello in pugno. Fiero, lo brandisco come fosse una spada, ma non vi è fuscello che si lasci affettare.

    L’andatura è sostenuta, arranco noncurante dei rami che mi si attaccano ai vestiti. Se il mio compagno si ferma, è solitamente per indicarmi una pianta con dei poteri particolari: una è commestibile e buona, un’altra è utile contro le scottature, questa ferma l’emorragie, con le foglie di quella si fanno delle tisane scacciadolori... A prima vista risultano tutte uguali; per me lo sono anche se le guardo attentamente.

    Altre attrazioni sono un’invisibile trappola per antilopi, impronte di facocero, la parte restante di un termitaio divorato da un formichiere, frutti selvatici, segni di pista...

    Camminiamo per due ore prima che inizi la caccia vera e propria. Con criteri a me sconosciuti, si arresta in punti strategici. Si porta la mano alla bocca e emette strani versi, che fungono da richiamo per le gazzelle. Ma non abbiamo fortuna.

    Abbandoniamo la pista (che ormai è quasi impercettibile) deviando verso sinistra. In una pausa costruisce dei lacci che utilizzerà come trappole per uccelli. Li ricava dalla corteccia di un albero. Dell’albero che assomiglia a centinaia di altri, ma che lui solo possiede quelle determinate caratterische. Si abbevera quindi al fiume usando come bicchiere una foglia ripiegata ad arte. Inutile dire che anche per i bicchieri si utilizza un’unica foglia ben precisa.

    Pur conservando l’idea generale della direzione verso la quale si trova il villaggio, non saprei tornarci, nemmeno seguendo i segni di pista che Edmond regolarmente lascia spezzando i rami in un certo modo.

    Degli animali nessuna traccia, solo una scimmia si è mossa sugli alberi in lontananza. Siamo costretti ad arrestarci in attesa di tempi migliori.

    Il mio compagno sistema ad arte le poche cose che si è portato dietro. Con quattro legni, ed un tocco magico accende un tiepido fuoco. Mangiamo un boccone (l’unico che abbiamo portato) e diamo una sorsata d’acqua (l’unica che è rimasta). Sdraiato sulla nuda terra, cado in un sonno ristoratore. Mi sveglio ogni tanto a scacciare qualche formica fastidiosa. Di altri animali nemmeno l’ombra.

    Decidiamo di andarceli nuovamente a cercare. È buio già da un pezzo, ma la cosa non ci impedisce di procedere rapidamente. Passa la prima ora. Con essa se ne va la soddisfazione per l'avventura e interviene la stanchezza. E la sete. Sono questi i pensieri che mi torturano la mente.

    Le piante al buio sono tante linee nere, cerco di evitare le più grosse e spinose, nelle altre, per non rimanere distanziato, mi ci butto a capofitto. Guardo dove metto i piedi cercando di non fare troppo rumore e... peeemm!! ...nemmeno il tempo di rendermi conto che qualcosa si muovesse nell’oscurità che il mio compagno ha già imbracciato il fucile e fatto fuoco. Un rumore fortissimo che mi fa sobbalzare. Col cuore in gola resto in ascolto. Un fruscio che si fa sempre più lontano. L’ha mancata, penso. Il mio amico mi fa cenno di restare immobile e va ad accertarsi. Io rimango in silenzio, immerso nel buio più nero. Non ho paura ma c’è un pensiero che mi attanaglia. «e se nella foga sparasse indietro? Che faccio, accendo la pila? E se così facendo l’animale scappasse? Ma no, avrà calcolato tutto, sa la posizione esatta dove mi trovo». Scanso equivoci, con un minimo spostamento mi nascondo dietro all’alberello vicino. Purtroppo non è molto spesso: decido di coprire il cuore, cerco poi di allineare tutti gli altri organi vitali.

    Passa un minuto e scorgo nuovamente la torcia che punta nella mia direzione. Accendo la mia in segno di pace. Nulla di fatto, la gazzella è fuggita. Stanco ed un po’ deluso lo seguo fino alla prossima sosta. Placo la sete abbeverandomi ad un rigagnolo, un’appiccicaticcio frutto di Bàmbu è quanto troviamo come spuntino di mezzanotte. Ormai siamo rassegnati a tornare a mani vuote, al massimo tireremo a qualche uccello prima di far ritorno al villaggio. Ci mettiamo nuovamente a dormire.

    Veniamo svegliati da un fruscio poco distante. Sul volto di Edmond compare un sorrisetto beffardo; «sta a vedere che alle 5 del mattino riusciamo a fare il colpaccio» penso tra me e me (il plurale è puramente gratuito ma concedetemelo).

    Lui scatta in piedi fa due passi, scavalcando me, ancora sdraiato, e fa fuoco. Nulla, niente di niente, nè un «ahi» nè ulteriori rumori. «L’ha mancato nuovamente, ora andrà a verificare e tornerà dicendo “il est fuì”». Resto in trepida attesa osservando la luce che perlustra in lontananza finchè, finalmente, scorgo la sagoma di Edmond che esclama: «l’Oreinar!». Tiene per la coda una specie di volpe color grigio scuro. Esaminandola più attentamente vedo la ferita sulla testa e comprendo la bravura del mio amico.

    Non c'è più tempo per riposare, il sole sta per sorgere; gli animali, ad eccezione di uno, si rifugiano nelle proprie tane e per noi è tempo di fare ritorno al villaggio.

     

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    August 14

    ATTORNO AL FUOCO

    Sono stato nuovamente in foresta. Questa volta per un giornata intera. Credevo di trovare chissà quale strano animale e di fare foto memorabili. Invece ancora una volta le mie aspettative sono state smentite.

    Sono le 7.00 di sera, la luce si è spenta già da un pezzo. La notte cala di colpo come se fosse stato premuto un interruttore. Assieme al mio compagno sto riposando. Abbiamo marciato quasi ininterrottamente per sei ore e stiamo ricaricando le pile in vista delle prossime 6. Siamo sdraiati su un letto di foglie nel sottobosco; dinnanzi a noi scoppietta un piccolo focherello. Ci riscalda col suo tepore e ci fa sentire meno indifesi in quest’enorme scuro groviglio che è la foresta di notte.

    Anche in questa occasione, così differente dalla routine quotidiana, è evidente che i bisogni dell’uomo sono gli stessi in tutto il mondo.

    Intorno ad un fuoco si crea sempre un’atmosfera particolare. È normale rimanere assorti nei propri pensieri, fare il punto della situazione, concentrarsi sulle cose essenziali.. Anche se non si è soli succede di rimanere per lungo tempo in silenzio; le poche parole che ci si scambia, d’altra parte, valgono solitamente come intere conversazioni.

    Tutto questo sembra valere anche per un africano in una foresta equatoriale: il mio amico pare pensare come sto facendo io. «Vivere in un villaggio è dura, oltre alla foresta non si ha nient’altro. Per un giovane non ci sono vantaggi – mi dice – non c’è lavoro, non si hanno prospettive per il futuro.» In questo modo si è costretti a spostarsi in città dove la situazione, seppur non di molto, è migliore.

    Vorrebbe viaggiare, realizzare quanto sente di poter fare, buttarsi in uno dei tanti lavori che ha imparato (agricoltore, infermiere, muratore), invece è costretto a restare qui preparando e vendendo tisane o andando a caccia quando trova i soldi per cartucce e trasporti. Pensa, forse, alla moglie in Congo e ai suoi figli. Nei suoi occhi leggo ora un leggero senso di tristezza, di rassegnazione. Osservandolo solo poche ore fa, mentre con decisione tranciava rami col macete o quando procedeva a passo spedito sulla pista da lui stesso tracciata, non avrei mai pensato che il suo viso, illuminato dalla luce di un fuoco, potesse tradire una seppur piccola indecisione o malinconia.

    Non posso fare a meno di pensare a quanto sia differente il nostro stile di vita. Abbiamo quasi tutto ma spesso non ce ne rendiamo conto.

    A ricordarcelo ci pensa il calore di un fuoco. Purtroppo nel nostro mondo civilizzato risulta sempre più difficile poterne accendere uno.

     

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    August 11

    ABBONDANZA

    Come tutti ben sanno, le materie prime in Africa abbondano e la terra gabonese è tra le più ricche del continente. Il legname ovviamente non manca; ferro, uranio e petrolio stanno acquisendo un'importanza crescente nelle esportazioni del Gabon. Ma i giacimenti più ingenti sono quelli di manganese. A Moanda, cittadina nelle vicinanze di Franceville, lavora giorno e notte un’impianto per l’estrazione di tale risorsa. Questo metallo, fra le altre cose, è un componente chiave per gli acciai inossidabili a basso costo e per alcune leghe di alluminio di largo impiego. La Comilog, l’impresa che si occupa dell’estrazione del metallo, dà lavoro e ricchezza a gran parte degli abitanti di Moanda.

    Senza troppi intoppi (al limite, come a noi, può capitare di forare un gomma), è possibile vedere da vicino la cava e, con un permesso, visitarla. La strada che conduce ad essa attraversa quella che è definita da alcuni la “valle della morte”. Il paesaggio sarebbe simile a quello che circonda molte della altre strade nazionali, se non fosse che la polvere, al posto che essere rossa, è nera, rendendo l’ambiente cupo e pesante. Gli alberi ai bordi della strada assumono un colore tanto scuro da sembrare immersi nel petrolio. Gli scarichi della miniera formano torbidi torrenti semiliquidi che scorrono lenti e viscosi tra la vegetazione.

    Le ruspe vanno e vengono e, instancabili, affondano i loro bracci in enormi montagne di nero metallo. Un lungo nastro trasportatore convoglia quindi il manganese allo stabilimento centrale, dove subirà non so quale tipo di lavorazione. Ogni kilogrammo di metallo dovrebbe corrispondere a una unità di ricchezza per la popolazione, ma a quanto pare non è così: come tutti ben sanno, una delle principali materie prime dell’Africa sembra essere la corruzione.

     

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    SAN LORENZO

    Il primo saluto pronunciato nella lingua a me più familiare è stato rivolto a padre Lorenzo. Egli è venuto ad aspettarmi alla stazione di Franceville, da me raggiunta tre giorni dopo esser partito dall’Italia. Non ho avuto alcuna difficoltà a riconoscerlo, dal momento che era l’unico bianco presente. Con la barba e l’aria semplice ed africana, mi si è mostrato proprio come l’avevo immaginato a partire dalla voce che mi arrivava nelle brevi conversazioni in skype.

    Lorenzo, sardo, è missionario in Gabon da 31 anni ed è attualmente parroco della parrocchia di Mingarà. Insieme ad altri confratelli si occupa di portare l’insegnamento cristiano nei tanti villaggi che gravitano intorno alla diocesi di Franceville.

    Avendo trascorso quasi metà della sua vita in Africa, pare essere più africano lui di molti altri africani. Ho avuto fin da subito la certezza che avesse le idee ben chiare su tutto: ricordo, sebbene con qualche difficoltà visti i tanti giorni passati, che mi aveva fatto un’ottima impressione, allorchè, pacato e rilassato, mi mostrava gli ambienti della missione, ripetendomi sereno di cominciare a scordare le comodità europee. Dovendo quotidianamente affrontare le piccole grandi difficoltà del posto, ha necessariamente imparato a non disperare e prenderle con filosofia: non l’ho mai visto realmente preoccupato, nè arrabbiato con qualcuno.

    Sono molte le persone che vengono a cercarlo, per ognuna ha parole di conforto. Credo. Ride e scherza con tutti, capita di stare in ascolto di quello che si crede un buffo aneddoto, scoprendo poi che si tratta di una barzelletta che, talvolta, ma non diteglielo, non fa ridere. I parrocchiani, riferendosi a lui, lo chiamano “mon pere” (in realtà è usanza fare cio con tutti i preti). In effetti, con le sue camicie blu sempre perfettamente stirate, infonde sicurezza, proprio come un padre fa coi suoi giovani figli.

    Insieme a padre Elia forma una coppia affiatata, si completano egregiamente. Lorenzo si occupa maggiormente delle cose burocratiche mentre Elia, con la sua estrema praticità, risolve i problemi tecnici. Come vecchi amici, o addirittura, fratelli, passano gran parte del tempo a prendersi in giro bonariamente l’un con l’altro. È un piacere stare ad ascoltarli. Oggi più del solito visto che san Lorenzo. Allietati dai loro gioviali bisticci, abbiamo festeggiato con pasti particolarmente abbondanti e con una bottiglia di spumante.

     

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    August 10

    SENSAZIONE DI CASA

    Aprire la portiera dell’auto e respirare aria di casa. Succede solitamente al ritorno da una lunga permanenza lontano dal proprio cantuccio. Arrivato in un luogo familiare, conosciuto, dove dimorano le tue certezze e ti senti sicuro.

    Il cielo cominciava ad imbrunire, si velava di sottili nubi rosa. Soffiava un vento frizzantino. Dopo una permanenza di qualche giorno ad Okondja facevo ritorno a Franceville. A Franceville, non a Segrate, dove risiedo da più di vent’anni. Eppure era sensazione di casa quella che ho avuto ieri sera non appena ho aperto il portellone della jeep

    Credo in effetti di poter affermare di essermi ambientato. Ho conosciuto parecchia gente, ho trovato qualche amico, so come muovermi tra i sentieri del quartiere, ho dimestichezza con le vie della città.

    La fama di “fotografo” mi precede (d'altronde ho praticamente il monopolio, visto la scarsità di mezzi di ripresa). Mi son quasi stancato di essere fermato da ragazzi che mi chiedono una foto o la stampa di quelle scattate nei giorni scorsi. Anche per questo motivo la gente mi nota, mi chiama, si ferma a conversare (limitatamente al mio vocabolario francese).

    Questa sera mi reco ad una di quelle grandi feste indette per porre fine ad un lutto: ben presto c’è chi libera una sedia, si stringe per farmi posto, insiste per una foto, mi offre da bere. Vorrei tanto che non sia per il mio colore della pelle. Lo spero proprio e voglio crederci.

    Seduto, tra amici, su un comodo divano, resto in osservazione: gli invitati buttan giù una discreta quantità di birra o superalcolici (qui l’alcol è una rilevante piaga) e danzano al ritmo di musiche del luogo. Il suono cadenzato e l’abilità di qualsiasi ballerino mi capiti sotto gli occhi, mi fan quasi venir voglia di unirmi a loro. Ma non lo faccio. D’altro canto non mi capita mai nemmeno a casa.

     

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    August 09

    LA LEGGE DELLA GIUNGLA

    Come appena sperimentato, non è semplice tornare da una caccia con della selvaggina nella bisaccia. Eppure i cacciatori dei villaggi tra la foresta spesso vi riescono. Antilopi, porcospini, uccelli, scimmie, bufali... ogni più svariata specie animale puo finire nel loro mirino. E se cio accade, la maggior parte delle volte la bestia è spacciata.

    Il bottino viene esposto in bella mostra al villaggio, in attesa che qualche auto di passaggio, pagando una miseria, se lo porti via.

    Ora che ho capito come gira l’economia qui in foresta, nell’attreversare con la jeep un villaggio, do un’attenta occhiata a destra e a manca a tutte le bancarelle tra le abitazioni, in cerca di qualche merce rara. La maggior parte dei banconi sono vuoti, alcuni, sporadici, sono riempiti con frutta o bastoni di manioca. Mi è capitato però un paio di volte di vedere un’antilope appesa per le zampe. A dir la verità me l’aspettavo diversa: le antilopi presenti nella zona sono di piccola taglia.

    Un’antilope è pure finita sulla nostra tavola. La sua carne è tenera e molto saporita: la sola che abbia veramente apprezzato nell’intero soggiorno. A dirla tutta, il primo impatto non è stato per nulla tenero: ho infatti addentato uno dei pallettoni utilizzati per ucciderla. Non è infrequente trovarseli nel piatto.

    Nel attraversamento di un villaggio, scorgo questo pomeriggio, un altro tipo di selvaggina. Sistemata con cura vedo pendere una scimmia di medie dimensioni, dal viso colorato. Nella gola le è stato praticato un foro nel quale passa la coda rossiccia. Lo sguardo è vitreo, dalla bocca è ancora visibile un sottile rivolo di sangue. Potrebbe sembrare una scena macabra, invece è lì a ricordare che è ancora in vigore la dura legge della giungla nella quale l’uomo ha da tempo imparato a sopravvivere.

     

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    VEGETAZIONI E VEGETARIANI

    Finalmente il momento tanto atteso è giunto. Ho messo piede in foresta, inoltrandomi, insieme ai miei quattro compagni, fino in profondità. Nella foresta vera, non al suo limitare.

    Siamo andati alla caccia!

    Quando padre Elia ha fermato la Land Rover a bordo strada e, col fucile in pugno, ci ha fatto strada fin dentro la fitta vegetazione, ho sentito un fremito di contentezza scorrere sulla spina dorsale. Ricordo che anni fa uno dei luoghi che avrei vouto visitare era proprio la foresta equatoriale. Ci siamo! Elia col fucile a dirigerci; Marco, Peter e Lorenzo con un macete ciascuno, io con le mani libere, pronto ad imbracciare la fotocamera.

    È impossibile descrivere la foresta, almeno fintanto che non la si conosca veramente bene. È un intrico di tronchi, fogliame, liane, arbusti che crescono dirompenti, senza alcuna regola o ordine. Ogni cosa si fa strada dove e come può.

    Chiunque entri in foresta per la prima volta non può che essere timoroso, procedere con cautela voltandosi ritmicamente a destra e a sinistra. Io no, nulla di tutto questo. Io non vedo l’ora di buttarmici a capofitto.

    Ad ogni passo decine di rami si muovono, ciascuno col suo peculiare fruscio. Imponenti tronchi si elevano verso il cielo; altri, caduti, si protendono per metri e metri. Ci si fa largo a colpi di macete, tra piante insidiose, nugoli di moscerini.

    Son pronto ad osservare ogni più strana forma di vita, ma devo ricordarmi che siamo in caccia; i cenni di Elia mi richiamano all’ordine. Ora procedo con circospezione, senza fare troppo rumore; con pause regolari resto in ascolto. La foresta ha molto da suggerire a chi ne intenda il linguaggio. Elia sembra comprenderlo: si mantiene sulla pista lievemente tracciata da altri cacciatori, lascia segni del nostro passaggio, ode le scimmie passare da un ramo all’altro, gli uccelli cantare le loro soavità.

    Ad un tratto si arresta, più immobile del solito. Fa segno di stare in silenzio. Come d’improvviso lancia un richiamo, producendo comici suoni gutturali che suscitano l’ilarità di noi sprovveduti. Solo a stento riusciamo a trattenerci dallo scoppiare in una fragorosa risata che rovinerebbe tutto. Restiamo in paziente attesa. Un’occhio proteso in avanti alla nostra guida, l’altro che tenta di disgiungersi in cerca di qualche avvisaglia o movimento sospetto tra la boscaglia.

    Nulla. Solo foglie che cadono, una dopo l’altra, producendo quella che definirei la melodia di sottofondo della foresta. Attendiamo, immobili.

    All’improvviso un verso, un rumore come di passi nel sottobosco. Per un secondo il sangue mi gela nelle vene. Cosa sarà mai? Un gorilla? Un serpente? Un’antilope? O più probabilmente un altro cacciatore che ci sta prendendo di mira?

    Prima di poter elencare nella mente le altre varie possibilità, una sagoma rossiccia sfreccia tra le fronde che in questo punto sono particolarmente fitte. Elia ha visto (e previsto) tutto, punta il fucile, non ha la prontezza di sparare. La figura passa una seconda volta: è un antilope. La canna del fucile si alza, ma l’animale si è accorto della nostra presenza ed è troppo svelto per farsi acchiappare. È scappato. Non tornerà.

    È bastato un attimo, sfuggevole, per dare valore all’intera uscita. Trovarsi a tu per tu con un essere del quale ignori l’essenza, che non scorgi, ma che è, come te, grosso e vivo, è una sensazione difficile da tracciare.

    Contenti e un po’ scossi torniamo sui nostri passi ripercorrendo la pista all’indietro, Spezziamo rami in direzione dell’uscita, in modo da far capire a chi ci seguirà che la nostra caccia è terminata. Per oggi ha vinto l’antilope. Ha corso più veloce del nostro fucile. E forse è meglio così: sono quasi vegetariano.

     

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    LO SPIRITO DEL VIAGGIATORE

    Oggi (giovedì 7 agosto ndL) è stata una giornata intensa. Decisamente. Mi son guardato molto intorno, una mezza infinità di cose avrei da raccontare. Sono costretto a partire dal fondo, da quanto vissuto giusto poco fa, quando già le membra reclamavano il giusto riposo.

    Si tratta di un incontro. Un incontro tanto fortuito quanto redditizio. Siamo rimasti a parlare per ore con un ragazzo polacco che come noi si recava nelle vie centrali. L’avevamo incrociato nel pomeriggio sulla strada verso il nord che, in bici, affrontava una delle tante impervie salite. Il suo viso era una maschera di fatica. Spinti dalla curiosità ci siamo avvicinati per conoscerlo. A lui non è sembrato vero incontrare qualche bianco con cui scambiare quattro chiacchiere. In inglese per di più.

    Ci dice di essere partito da solo il 10 marzo. Si, avete capito bene, è in viaggio solitario da 5 mesi. Senza mai scendere di sella ha percorso migliaia di kilometri. E migliaia ha ancora intenzione di percorrerne: sua meta è il Sudafrica. Si porta dietro due grandi borsoni, il suo equipaggiamento cambia coll’incedere del viaggio: qualcosa si aggiunge, qualcosa è perduto, qualcos’altro rubato. Molte sono le cose che ha veduto ed ora ha qualcuno a cui raccontarle.

    Alla partenza, in Marocco, aveva un contratto con un giornale che è però fallito nel bel mezzo del suo pedalare in Mauritania. In Burkina Faso ha trovato un angolo di paradiso. In Togo ha regalato una moto ad una famiglia in apparenza bisognosa ma in realtà imbrogliona. Sempre in Togo gli è stata rubata la fotocamera (una delle cose peggiori che possano capitare ad un viaggiatore.. oh come lo capisco!). La Nigeria l’ha attraversata da clandestino. In Namibia ha un appuntamento galante; in Sudafrica vorrebbe festeggiare gustandosi una vera pizza italiana.

    Un particolare che mi colpisce in un primo momento è che non provo nessuna sensazione di fastidio a stargli accanto: non puzza e mi pare incredibile! I suoi occhi tradiscono una notevole stanchezza, ma allo stesso tempo trasmettono grande serenità. A quanti lo dicono definiscono e forte risponde con modestia “en peu, en peu”.

    Tra tutte le sventure che gli possano capitare, l’unica cosa di cui ha realmente paura è di rimanere senza sigarette. Ne fuma infatti una quantità inverosimile. Dice di essere credente, o più precisamente, di esserlo diventato durante questo viaggio.

    Non viaggia per la gloria, viaggia per conoscere, esplorare. Ed infatti conosce l’Africa come le sue tasche, ha un aneddoto per ogni occasione. Aggiorna, anch’egli, un blog (ben più interessante del mio). Scrive i suoi appunti su larghi quaderni: sta terminando il quinto, ma due sono andati persi nel furto di un borsone).

    Intorno al Marco Polo ciclista si raccoglie ben presto un capannello di curiosi: un tedesco giramondo, due francesi silenziosi, pigri gabonesi, ragazzi congolesi, tre fortunati italiani ed altri ancora. Ciascuno, nel suo piccolo, ha la sua storiella da raccontare, le sue impressioni da condividere. È un miscuglio di esperienze e insegnamenti. Mi sento bombardato, sovraccariccato, come un computer cerco di liberare memoria disponibile. Ma oggi è quasi tutta esaurita. Spero di metabolizzare tutto quanto piano piano nei prossimi giorni.

    quel che so per certo fin da ora è che la figura del viaggiatore itinerante mi affascina tremendamente. L’idea di partire, lasciarsi guidare dalla strada, fermarsi dove e quando capita, incontrare volti, è quanto di più bello possa immaginare. Partirei già domani. O forse no...

     

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    AMICI PER LA PALMA

    Ciondolando per Okondja è comune imbattersi nei venditori di vino di palma. La linfa della palma, da cui si ricava il vino, viene estratta incidendo il tronco della palma. Subito dopo la raccolta, la linfa inizia a fermentare naturalmente a causa dei lieviti presenti nell'aria, raggiungendo inizialmente una gradazione alcolica del 4 per cento.

    Nonostante il nome, il suo gusto richiama solo vagamente quello della più nota acquavite. Il colore è quello di una limonata: giallo paglierino.

    I venditori lo trasportano in taniche di plastica travasandolo all’occorrenza in ogni sorta di bottiglia, che viene in seguito venduta o esposta in attesa di passanti assetati. O curiosi come me. La bottiglietta da un terzo di litro costa 200 franchi. A metà prezzo è possibile prenderne un bicchiere.

    Nelle ore precedenti il tramonto, intorno ai chioschi si radunano uomini di mezza età. Sorseggiando dal loro “fiaschetto”, osservano quanto avviene nelle vicinanze, chiacchierano con la gente di passaggio, tentano di farsi offrire una seconda razione che legittimerà un ulteriore periodo di ozio.

    Ne compro una bottiglia anch’io, assicurando di restituirla. Altri palati potranno così dissetarsi, altre labbra appoggiarvisi e disinfettare il contenitore con la loro saliva. Per una che ne prendo, sono due quelle che mi tocca offrire ad amici occasionali, amici per la palma.

     

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    August 08

    SERE SEMPLICI

    Le ore di luce passano veloci. Se la giornata inizia alle 7.00 (ma visti gli orari di utilizzo del computer spesso mi concedo una mezz’oretta di sonno in più), tenendo conto della colazione, del pranzo e delle eventuali due ore di pennichella pomeridiana, sono meno di otto le ore di sole che restano. Sono ore di intensa attività: un concentrato di lavoro, fatica, sudore, spostamenti, visite. E per me, estraneo a tutto questo, profonde emozioni. Con tutte queste fatiche, è comprensibile come la sera sia il momento per ricaricare le pile. I toni vivaci dell’Africa sfumano in un baleno, l’oscurità prende il sopravvento.

    Con essa cala un senso di pace e distensione. Si sbrigano le penultime e ultime faccende; inizia quindi una lunga preparazione in vista del meritato riposo. Tutto quanto sia stato trascurato durante il giorno è questo il momento per farlo. Mi lavo, faccio ordine in stanza (giusto il minimo sindacale), riguardo le foto di giornata. Dipano la matassa di pensieri e riflessioni che si accumulano puntuali e ingarbugliati durante il dì, in attesa che vengano appuntati sul diario.

    Può capitare che ciascuno si rintani nel proprio cantuccio, ma più spesso si rimane per qualche tempo in compagnia a scambiarsi opinioni, ascoltare storie, stendere il programma dell’indomani. Talvolta facciamo un giro per il quartiere, talvolta ci allietiamo con semplici giochi tra i quali partite a bocce, freccette o tornei di briscola. Comunque sia ogni sera, nella sua semplicità, ha la sua ragione d'esistere.

     

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    OKONDJA!

    Okondja! Da casa ho tentato in tutti i modi di farmi un’idea di come realmente fosse. Ho setacciato internet in cerca di informazioni o foto che ne rivelassero angoli caratteristici. Ne ho ricavato solo poche e scarne notizie. Il nome esotico ed i racconti di chi c’è stato mi affascinavano, ma allo stesso modo mi incuriosivano ancor di più.

    Agli amici che chiedevano in che razza di posto sarei finito, rispondevo fiero: “in un villaggio di medie dimensioni circondato dalla foresta”. Era quanto di più si avvicinasse all’immagine mentale che mi ero costruito e da cui l’interlocutore poteva costruirsene una sua.

    Ora che ci sono (c’ero stato già dieci giorni fa, ma di sfuggita) e mi fermerò per qualche giorno, potrò finalmente rendermi conto di cosa davvero sia Okondja. Ho già iniziato ad osservarla minuziosamente. Dopo un giorno di permanenza posso per il momento dire che Okondja è la somma di tutte le seguenti essenze:

    -         verde, tanto verde, quel verde che dà l’impressione di essere vivo e vitale, non quello smorto tendente al giallo.

    -         Alberi in ogni dove. La parte più consistente è tutta intorno alla cittadina, dando l’impressione di poterla inghiottire da un momento all’altro. Come migliaia di indiani, paiono attendere il momento propizio per attaccare il fortino assediato.

    -         Piante curiose, dalle foglie curiose, con venature curiose disposte in disegni curiosi.

    -         Una palma altissima. Altissima e diritta; liscia come un palo della luce. Mi chiedo quanti si debba attendere per averne una cosìel proprio giardino.

    -         Frutta in via di maturazione. Papaye a grappoli, carambòle penzolanti, corosòl, noci di cocco.

    -         Una missione, pacifica e riposante, immersa in quanto descritto appena qui sopra.

    -         Una chiesa che definirei sproporzionata rispetto al contesto: troppo ricca per essere vera.

    -         Strade e sentieri che vanno su e giù nel verde, come barche che solcano le onde di un mare in tempesta.

    -         Il frinio dei grilli. Un’infinità. Le loro vocine entrano in risonanza facendo vibrare i timpani.

    -         Un cielo azzurro, quasi tendente al blu. A Franceville mi ero quasi scordato di quanto fosse bello.

    -         Gente cordiale e amichevole; bambini curiosi ma timorosi. Occhi che mi scrutano.

    -         Negozietti che si alternano a venditori sui bordi delle strade. I miei preferiti sono quelli di “gateau” e vino di palma.

    -         Persone in placida attesa. Il tempo per loro sembra non esistere. Non se ne curano.

    -         Un uccello che, instancabile e cocciuto, rimbomba in tutto il vicinato. Mi accompagna ritmico mentre scrivo queste righe. Ora che ci faccio caso, lo definirei, senza mezzi termini, fastidioso.

    -         Luce che va e non torna. La candela che si consuma e... lentamente... si spegne.

     

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    August 05

    Chiuso per ferie

    Nel rinnovarvi i ringraziamenti per le 1754 pagine visualizzate, annuncio che domani partiremo alla volta di Okondja, villaggio privo di copertura internet. Con enorme dispiacere di voi pochi ma affezionati lettori, sarò quindi impossibilitato ad aggiornare il blog fino almeno a venerdì. Cercherò tuttavia di fare il possibile per annotarmi appunti di viaggio, in modo da non perdere gli avvenimenti cruciali di questi prossimi giorni.

    Se avete tempo da perdere e volete ugualmente passare di qui, potete lasciare una vostra traccia con un breve commento all’argomento da voi preferito.

    A LEZIONE DI PESCA

    Coi grandi fiumi che solcano Franceville, non potevamo fare a meno di tentare la pesca. Naturalmente in Africa la licenza non serve, qui è tutto più semplice, tutto è permesso. Non rimane dunque che scegliere il fiume e tirar su il materiale necessario per la cattura.

    Come meta scegliamo il fiume più grande e vicino: l’Ogooue. Come di consueto ci accompagna una guida locale. Ben presto si unirà a noi anche un altro ragazzo: un bianco che passa per strada è un’attrazione troppo grande per lasciarsela sfuggire. La gente, che aspetta solamente che qualcosa accada, è libera di cogliere l’occasione al volo.

    Per quanto riguarda l’occorrente, previdenti, ce l’eravamo procurati tempo fa in uno di quei negozi di chincaglierie a Potos. In realtà la merce comprata consiste semplicemente in un amo e del filo. Il resto contiamo di trovarlo sul posto.

    Così infatti è: ci inoltriamo nella vegetazione che costeggia il fiume, facendoci largo con un affilato macete. Anche se solo per una cinquantina di metri, la foresta è già fitta e piena di insidie. A farne le spese è da subito Marco che deve far fronte ad un attacco in massa di formiche dai denti a sciabola. Io me la cavo con una dozzina di graffi, prodotti da una pianta, che come se fosse viva e in grado di muoversi, mi si avvinghia agli arti.

    Sacrifichiamo ben presto quattro alberelli: saranno le nostre canne da pesca. Scaviamo a riva, nella terra umida, in cerca di vermicelli (o meglio i ragazzi scavano, io contribuisco simbolicamente con un unico esemplare). Si presteranno, loro malgrado, come esche succulente. Una sassolino fungerà da piombino.

    I preparativi sono estremamente affascinanti e coinvolgenti: seguo con attenzione la manualità e la saggezza dei nostri giovani maestri tentando di imitarli. Mi accorgo che la sorte della mia canna da pesca dipende unicamente dalle loro abilità. Spero solo che un giorno non sia la mia stessa sorte ad essere nelle loro mani. Anche se so di potermi fidarmi ciecamente.

    Ciascuno con in pugno la propria canna da pesca bellèche pronta, ci avviamo verso una piccola spiaggetta. Armato di pazienza faccio il primo goffo lancio, in attesa che i pesci si pappino il viscido vermetto. Come da copione, nulla di tutto questo accade. Gli unici a prendere qualcosa sono dei bambini, nostri concorrenti, sulla sponda di fronte: mostrano il loro trofeo sbeffeggiandoci.

    Il tempo passa i pesci pare di no. Ammainiamo il filo. Siam contenti lo stesso. Con la nuova tecnica appresa, siamo certi di poter sopravvivere ovunque vi sia un corso d’acqua. Che poi il nostro sia un magro bottino è solo un dettaglio.

     

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