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July 21 LA BBESTIAÈ da poco scoccata la mezzanotte; come Cenerentola vado a rintanarmi in camera. Faccio per girare la chiave nella serratura, quando noto sulla porta uno strano rilievo. Col buio non capisco bene cosa sia, pare una coccarda dai bordi di pizzo frastagliati. Possibile che non ci abbia fatto caso per tutti questi giorni? Puntandoci sopra il naso e, successivamente, con l’aiuto della torcia di Marco, scopro che il mio spirito di osservazione è ancora buono: si tratta di un grosso bruco peloso, venuto a farmi visita. Come sia giunto fin lì rimane tuttavia un mistero. L’insetto, ma forse, viste le dimensioni e la paura che può incutere, sarebbe meglio parlare di "bestia", è lungo circa 10 centimetri, e si mimetizza perfettamente col legno della porta. Ha il dorso finemente intarsiato di tonalità che vanno dal grigio al marrone, proprio come un tronco d’albero. Nella sua perfezione, sembra uscito dalla tela di un pittore. Dal ventre si dipartono una ventina di zampe con la quale la “bestia” si spinge lentamente in avanti. Dalla parte della testa (posto che la testa sia nella direzione dello spostamento), presenta due cuscinetti rossi con fini aculei che hanno tutta l’aria di essere velenosi. Sfiorandone il dorso, la bestia si inarca all’indietro colpendo con le macchie rosse il malcapitato. Ma nonostante tutte queste pericolose armi, l’essere ancor non sa di aver bussato alla porta sbagliata. Non sa che il padrone ha un’attrazione particolare per il mondo degli insetti... non può certo lasciarsi scappare un essere cosi inusuale! Con cautela, trascino la bestia su un foglietto di carta e la pongo sul tavolo, preparandomi per una dettagliata osservazione. Caso vuole che proprio oggi mi sia giunto dall’Italia l’obiettivo macro: la bestia non sfuggirà alle foto di rito... L’essere peloso non sembra però dello stesso avviso, si contorce minacciandomi con i rossi aculei ogni qualvolta io tenti di metterlo in posa. Si aggrappa tenacemente con le zampe posteriori ad ogni superficie, sollevandosi con quelli che definirei potenti muscoli addominali. Data la scarsa luce e la poca collaborazione del soggetto, decido di ospitarlo fino al mattino allorquando sarò libero di fotografarlo alla luce del sole. Stanco della notte insonne, o forse vinto dalla mia insistenza, l’ignoto brucone poserà per alcuni scatti, uno dei quali propongo qua sotto.
July 20 LASSU' A SVENTOLAREIn punta di piedi sopra un vecchio bidone arrugginito. Le mani protese verso l’alto e le dita a muoversi finemente nel tentativo di far passare il cordino tra gli appositi sostegni. Quattro o cinque ragazzi ad assistere alla scena, attenti come fosse una parata militare. Gli occhi puntati all’insù. Il momento è delicato. Il prescelto fa una pausa, rilassa le braccia, asciuga il sudore nella canottiera. Poi riprende il lavoro. Ancora un ultimo sforzo... e voilà, l’opera è completata. Un paio di tiri di prova, e si puo dare inizio alla partita. Sarà bella e combattuta come al solito, ma questa volta c’è un particolare in più che cattura l’attenzione. È lì che sventola a tre metri di altezza: è la nuova retina. Regalo gradito del bianco che sa giocare a basket.
BUGIARDINI O BUGIARDONI?Nell’attesa che, con padre Elia, arrivasse il nuovo compagno di avventura, Marco, mi sono occupato di far pulizia tra la farmacia della missione: numerose medicine si sono infatti accumulate in ogni angolo della casa. L’arduo compito è spettato naturalmente a me e alla ragazza slovacca che sta anch’ella per laurearsi in medicina. Non è stato facile destreggiarsi tra la marea di medicine, sia per problemi di lingua, sia, più probabilmente, per ignoranza. L’approccio iniziale è consistito nel suddividere i medicinali in due macrocategorie: quelli scaduti prima del 2007 e quelli, se non ancora buoni, scaduti da poco tempo. I pre-Fleming passeranno quindi al vaglio di padre Elia dopo di che potranno essere bruciati in un apposito bidone. I rimanenti sono da noi aperti, esaminati, annusati, letti, richiusi, cercando di capire per quale uso siano stati inventati. Ci si parano dinnanzi scatolette, fiale, boccette di tutti i tipi e forme. Ciascuna sostanza ha la pretesa di scacciare qualche male. Gli antibiotici sono i più preziosi insieme agli antidiarroici: ci pensi due volte prima di buttarli via. Gli antistaminici son efficaci contro allergie e pruriti; l'omnipresente aspirina può sempre tornar utile; per i divoratori di sale ci son gli anti-ipertensivi... I più numerosi tuttavia, non so per quale ragione, sono dei flaconi contro la scabbia. Ma funzionano anche contro i pidocchi, assicura il bugiardino. Molte scatole sono aperte, utilizzate per metà; alcune sono campioni omaggio, donati da chissà quale medico o ditta. La maggioranza delle confezioni presenta scritte in Italiano, segno del passaggio di qualche visitatore previdente o premuroso. Alcuni fanno sorridere: un iperteso ha di che curarsi egregiamente per una settimana o poco più, dopodichè le pasticche si esauriranno inevitabilmente. Allo stesso modo, una bella infezione respiratoria deve sperare di trarre giovamento dalle ultime tre compresse di Fluimucil. Senza tutte questi rimedi si deve confidare nella divina provvidenza ed imparare necessariamente a convivere con malattie di lieve entità, ricorrendo ai farmaci soltanto nei casi più gravi. Se si ha la possibilità e non si è ancora persa la fiducia nella medicina, si può altresi ricorrere alla ben fornita farmacia nel quartiere commerciale della città.
July 18 QUESTE MANIA fine giornata rinforzo la doccia di inizio serata dandomi una sciacquata veloce. E lavo bene le mani col sapone. Sfrego con forza, per cancellare tutti gli odori e le macchie che si sono accumulati nel corso della giornata. Strofinando con insistenza anche i più decisi segni superficiali se ne vanno, ed io ripenso a tutte le cose che queste mani hanno toccato. Molte è come se avessero superato la pelle e fossero penetrate in profondità, entrando a far parte di me. Fin dal mattino, queste mani sono attive: stringono le loro simili per augurare calorosamente una buona giornata. Si riempiono poi di polvere, si immergono nella terra, intercettano schizzi di cemento. Lavano piatti, stoviglie, indumenti; non hanno quasi più timore di posarsi su qualsiasi superficie. Sono delicate le mie mani: pochi giorni di lavoro e si son già riempite di calli e vesciche. Nel loro piccolo raccontano una storia. Quelle energiche di padre Lorenzo ne potrebbero raccontare parecchie: quest’oggi han svuotato, libere da guanti, il pozzetto di scarico di doccia, lavandino e forse water. “Ė acqua!” ripeteva lui, ma dal colore, nero scuro, a me pareva, se non altro, petrolio. La storia che traspare dalle mani di Benjamen, un ragazzo che ho conosciuto oggi che lavora alla falegnameria di fronte alla missione, è più dura: gli mancano quattro dita, donate a malincuore al suo lavoro.
July 17 IN TRAPPOLAPrigioniero nell’auto che ci sta riportando alla dimora. Almeno credo. Di ritorno da un viaggio per me senza senso. Mi era parso di capire che saremmo andati a Moanda, cittadina a 50 km da Franceville, per fare visita, tra le altre cose, alla miniera di manganese ed invece quel che abbiamo veduto è solo il suo parcheggio e per un paio di minuti. Il resto me lo sono immaginato captando qualche dettaglio da lontano. E poi abbiam attraversato in lungo e in largo la città in cerca di non so chi o che cosa. Non sono riuscito a capire. L’unica cosa che riportiamo a casa è il retro della jeep pieno zeppo di aggeggi che negli anni Cinquanta sarebbero stati definiti tecnologici: audiocassette, dischi in vinile, accessori per macchine fotografiche, riproduttori di nastri video, nastri video... un’infinità di nastri video. Tutta roba che andrebbe conservata con cura lontano da polvere e calore e che invece giace ora ammassata sul pianale dietro di me. Ed io nell’angolo destro della vettura che continuo a non capire. Nè ormai ci tento. Davanti e a fianco a me odo parole francesi miste a slovacche ed io ho staccato la spina. Sono le 19, ma sembra mezzanotte. Quando cala il sole, fa subito buio qui sull’equatore. Il fuoristrada scorre veloce tra l’oscurità; soltanto qualche auto in senso contrario, coi suoi fari, illumina i bordi della strada. Il mio unico rifugio è il finestrino, che peraltro non dà grandi soddisfazioni: a parte la luna, di uno strano colore giallo, il resto è un susseguirsi di erbe, alberi e rare abitazioni, tutto immerso in un mare blu scuro. Sono in trappola. Non so dove sto andando. Non so che senso dare a questo viaggio...
LA STAGIONE SECCASono le 6.30, un nuovo giorno si prepara a cominciare, dalle fessure della finestra filtra una luce sottile. Una sensazione di freddo sulla pelle e qualche puntura di zanzara sono gli unici residui della notte. Non c’è bisogno di alzarsi e guardar fuori per sapere che tempo ci sarà quest’oggi: il cielo sarà per tutto il giorno coperto da fitte nubi che solo brevemente lasceranno spazio a qualche fugace schiarita. È la stagione secca, e nulla si puo fare. I giorni scorsi sono stati di transizione, o forse un’eccezione. Bisogna rassegnarsi alla poca luce, ad un mese ancora di cielo plumbeo. Se va bene, riusciremo a scorgere per qualche minuto la tonda sagoma del sole che, flebile, se ne rimarrà a guardarci da dietro un velo di foschia. Rimpiango la calda estate, quest’anno in gran parte me la perderò. Mi manca il sole, la sua luce abbagliante; non il caldo che è tuttavia ugualmente presente. Ci sarà una temperatura compresa tra i 25 e i 30°C credo, ma riesco lo stesso a sudare copiosamente mentre lavoro o in ogni movimentata attività della giornata. Alla faccia della stagione secca...
July 16 VERTIGINEData la scaristà di infrastrutture, anche un ponte d’acciaio della ferrovia, sospeso sopra il fiume, diviene una delle principali attrazioni del luogo: i ragazzi scattano foto, osando spingersi sempre più verso il precipizio. Camminare sospesi a cento metri da terra e cercare di non pensarci. Non è facile. Anche se sei sulla struttura più resistente e sicura di questo mondo non puoi far a meno di immaginare in quanti pezzi ti scomporresti se dovessi per qualsiasi motivo cadere. Ed allora stai attentissimo a dove metti i piedi, tieni salda la mano ad una presa sicura, limiti i movimenti cercando di prevedere quelli dei tuoi vicini. Lo sguardo dritto davanti a te, attendendo la fine del percoso. Guardi giù: non puoi resistere alla curiosità e a quel senso di vertigine che dà il far correre la vista giù, in basso, verticalmente fino al suolo. E ti sporgi anche un po’ irrigidendo i muscoli per compensare lo spostamento del baricentro. Camminando libero sulla passerella devi necessariamente fidarti di chi l’ha progettato e realizzato, a loro va tutta la tua fiducia, non vorresti pensare a quel che malauguratamente potrebbe accadere. Lo speri. Il tuo coraggio viene ricompensato da una vista inusuale, scorgi le cose da un’angolazoine altrimenti impossibile: tutto si appiattisce, ti sembra di dominare quel che sta sotto i tuoi piedi. In Italia, in nome della sicurezza, sarebbe proibito spingersi fin sopra una struttura del genere. Ma qui è prezioso collegamento tra le due sponde del fiume e la gente lo percorre quotidianamente. E non fa caso ai buchi a fianco, se ci si pensa bene nulla di male può accadere.
July 15 I PADRONI DEL TERRITORIOCome avrete intuito, i bambini sono per ora i protagonisti di questa mia permanenza in terra gabonese. I bambini sono dappertutto, in media una famiglia ne ha almeno quattro. Gli adulti sono più schivi, generalmente si fanno gli affari loro. Li si può salutare fuori dalla chiesa al mattino, o incrociare nei più strani lavori, la maggior parte dei quali sono opere di muratura o piccole attività commerciali. Le donne si recano alle piantagioni o restano nel cortile di casa a pestare la manioca o a lavare panni e pentolame. La gioventù è divisa in petits, enfants e garçons, in ordine crescente di età. Si considera "petit" il bambino sotto i 6 anni, si è "enfant" grossomodo fino ai 14, mentre "garçon" è il ragazzo con un'età imprecisata, ma superiore a quella di un enfant. Vige una gerarchia non scritta, ma molto severa: un bambino di 8 anni ha pieni poteri su uno di 6, cosi come quello di 8 non fiata se è uno di 12 a dirgli cosa fare. D'altro canto sono i ragazzi più grandi a dirimere le questioni tra enfants. E sono i totalmente autonomi enfants, che si occupano dei petits durante la giornata, in modo che gli adulti siano liberi di farsi gli affari loro; affari, peraltro, a me oscuri. I più piccolini formano un codazzo dietro ai più grandicelli, guardandoli dal basso con i loro grandi occhioni neri. Non è facile stimare l'età di questi bambini, generalmente dimostrano un paio di anni in più di quelli che realmente hanno. Sanno cosa vuol dire vivere e come procurarsi quel che serve loro. Conoscono in ogni angolo il territorio in cui abitano, ne sono i padroni. Hanno inoltre una forza e una resistenza fisica non indifferente, paragonabile a quella di un nostro adulto. Non sudano, hanno la soglia della fatica più elevata. Al ritorno dalla foresta non si contano i graffi sulla pelle, come invece faccio io, povero bianco indifeso.
July 14 IL RITUALE DEL MATTINOIn questo periodo di vacanza, regolare come il sorgere del sole, ogni mattina si svolge il torneo di calcio, categoria “enfants”. Per i ragazzini è un rito da onorare quotidianamente. Per tutta la giornata sono in giro, disponibili a qualsiasi tipo di proposta, ma all’ora della partita abbandonano ogni attività stiano facendo e si radunano sul campo da calcio. Che poi non è altro che la piazza principale, tra la chiesa attuale e la chiesa nuova in costruzione, dove ferve la vita giovanile. E dove stiamo costruendo la barriera che dividerà il campo dalla strada. Nelle pause lavorative, mi son messo a studiare questo loro rituale, con la stessa attenzione con la quale lo zoologo osserva il comportamento dell’animale al quale sta dedicando parte della sua esistenza. Ci sono cinque squadre, ciascuna con un nome di una nazione e con la maglia di uno stesso colore, pressapoco. I ragazzini, a seconda dell’avversario si infilano la maglietta che più si avvucina al colore prescelto: il Portogallo è rosso, la Francia in blu... Molti sono i colori rappresentati, ad eccezione di uno: il bianco. Una maglia bianca qui è introvabile, e anche se nuova, non durerebbe più di ventiquattro ore. La maglia che più ci si avvicina è quella bianca mista a terra della Costa d’Avorio. Il torneo ha tanto di arbitro e guardalinee. Le loro decisioni sono inappellabili, e nessuno nemmeno ci prova a contestarle. È spiritoso vedere i preliminari delle partite. Le squadre si dispongono in fila al centro del campo, salutano dapprima dalla parte del vasto pubblico seduto sui gradini della chiesa, e poi dalla parte opposta, nonostante non ci sia mai nessuno. Ordinatamente le squadre poi sfilano a dar la mano agli avversari. Al fischio dell’arbitro inizia la festa. Un nugolo di ragazzini insegue il pallone. Tutti sono partecipi, la maggior parte ha gran talento. Insieme tessono il filo del gioco, preparandosi per l’abbraccio al compagno autore di un gol inatteso, ogni volta come se fosse il più bel gol della loro vita.
SAGOME
L'equatore dimezza. Divide la terra in due metà, diametralmente contrarie, totalmente differenti. Nord e sud del mondo non sono mai state così lontane, realtà che ormai tendiamo involontariamente ed erroneamente a contrapporre: sviluppo e povertà. Ma non è di questo che voglio scrivere. Saturerei lo spazio. L'equatore dimezza. Divide la giornata in due parti, diametralmente contrarie, totalmente differenti. Giorno e notte sono da che mondo e mondo opposti. Luce e oscurità, vita e riposo. Questa distinzione sta andando perdendosi coi ritmi cittadini, la differenza sta sfumando. Non qui. Non potrebbe essere altrimenti. Di giorno, si saluta, si lavora, si aspetta, si tessono relazioni, si vive. La notte, intesa correttamente come il periodo che segue il calar del sole, si riposa, si recuperano le energie. I bambini, dopo ore di girovagare, se ne tornano alle proprie case; si cena rapidamente, e si attende il sonno che arriva puntuale. Sono poche le luci che rimangono accese. Mi ha sempre affascinato camminare di notte, le esperienze scout e la montagna mi han insegnato a muovermi al buio, sfruttando la sola luce della luna. Qui è ancora possibile, e le cose assumono un tono particolare, sono tutte più simili. Posso essere distinte solo per la loro sagoma. La sagoma dell’Africa è bellissima.
IL SAPORE VEROMi aspettavo di trovare più frutta qui in Gabon. Basti vedere questo link per capire: http://www.ricetteecooking.com/view.php/id_816/lingua_0 Già mi ero pregustato deliziosi frullati di mango come quelli gustati per le vie di Bombay o immense macedonie multicolori. Ma purtroppo questa è la stagione secca, quella che viene dopo le abbondanti piogge che a quanto pare risvegliano le piante, invogliandole a produrre i propri frutti. Sui banani son rimaste le ultimissime banane, le papaie sono ancora verdi. Meno frutta del previsto quindi, ma qualcosa ancora c’è. Ad eccezione delle banane, son tutti frutti che non arrivano fin da noi. Ho gustato il Corasol, una grande palla allungata, verde con degli spuntoni neri. Internamente ha pasta bianca ed è dolce e rinfrescante. Ho assaggiato pezzi di Bambù, rosso e tondo, dalle mani delle ragazze, mi sono colorato le labbra di arancione con un frutto di speciali palme. Insieme ai ragazzini, quest’oggi siam andati in foresta dove vive pacifico un raro albero, molto grosso, che lascia cadere piccole sfere giallo-verdi molto ricercati. Abbiam riempito un paio di sacchetti di questi frutti. Una volta spellati, si possono tenere in bocca a mo di caramella per succhiarne lentamente la polpa, sputando poi acrobaticamente il nocciolo centrale. I ragazzini li sbucciano e li mettono in bottiglie dalle quali attingono alorchè ne han voglia, dividendoli anche con gli amici. Ho poi assaggiato un terzo frutto che non giunge fino alle nostre tavole. Si chiama Ananas, sì, come quella che conosciamo anche noi, ma non ha il buco e, soprattutto, non è sapida e molliccia, ma dolce e sugosa!
July 13 DATEMI DEL PONGOTra le domande poco originali che mi ponevano coloro ai quali raccontavo che quest’estate sarei stato in Gabon, c’era quella classica del “ma non hai paura di ragni e serpenti?”. Io ho sempre risposto negativamente: paura non ne ho, al limite avrebbero potuto farmi senso. Il Gabon è famoso per due o tre cose, non di più. Tra queste c’è la vipera del Gabon appunto. Io di vipere ne ho incontrate parecchie, alcune mi hanno attraversato la strada in montagna; una, piccolina, l’avevo pure conservata: con mio zio, l’avevamo svuotata delle interiora, rimpiazzandole con del pongo. La conservavo gelosamente in camera mia, finchè mamma non l’ha buttata... lei forse sì ha paura dei serpenti! Venendo al dunque, ho oggi appurato di non aver di lor paura... e non mi danno nemmeno troppo fastidio alla vista! Beh, a dir la verità c’è un piccolo particolare: la creatura strisciante era morta e lunga meno di un metro. Tuttavia velenosissima. Tralascio i particolari per non preoccupare ulteriormente la suddetta mamma: no mamma, non l’ho presa e svuotata delle interiora... Neppure i locali sembrano troppo toccati dal verde vermone. Ad ucciderlo è stato un ragazzino con un bastone. Soddisfatto se ne andava in giro sventolandola e terrorizzando le povere bambine curiose. Curiose come me.
July 12 LUOGHI COMUNIChi l’ha detto che il gallo canta solo alla mattina? È un luogo comune, ve lo assicuro, ve lo assicurano le mie orecchie. I galli cantano quando pare e piace a loro. Nel bel mezzo dellq giornata ed anche nel cuore della notte se soffrono d’insonnia. Ieri, per esempio, c’è stato un concerto verso le due di notte. Il gallo qua della missione cacciava un urlo e via via, le risposte degli amici galli del circondario si inseguivano una dopo l’altra. Un po’ come nel cartone della carica dei 101 quando Pongo, se la memoria di bambino non mi tradisce, comunicava ai cani del quartiere che i suoi cuccioli erano stati rapiti.
Ho il sonno pesante e sono pure stanco, ma è difficile non essere svegliato da quel maledetto gallo che è solito dormire sulla palma proprio di fianco alla finestra della mia stanza. Sì, perchè qua i polli si permettono di vagare ovunque per casa e, all’imbrunire, salgono con qualche affanno sugli alberi. Capita pure ogni tanto che le palme si deformino e qualche fine ramo si spezzi sotto il loro peso.
LA MIA PREDILETTAPrima della partenza ero indeciso se portare la mia fidata Nikon D70 o portare una fotocamera più compatta e meno preziosa. Temevo potessero rubarmela (ho già avuto un’esperienza a proposito su un treno in India) e la reflex la credevo troppo vistosa, non adatta a immortalare soggetti che non vogliono lasciarsi fotografare. A posteriori mi chiedo come abbia potuto avere dubbi. E l’onerosa scelta di comprare un nuovo obiettivo (18-200mm VR) si è rivelata fondamentale. Con l’ulteriore aggiunta di questa lente, la fotocamera è divenuta ancor più oggetto di valore. L’unico oggetto di valore che ho portato con me, l’unico che non vorrei perdere. Tutto il resto, cellulare compreso, può anche tirare le cuoia o venirmi sottratto, cosa che peraltro non pare verosimile, e non ne farei un dramma. Beh no, c’è pure un’altro oggetto che mi dispicerebbe perdere ed è il mio diario di viaggio, vale niente economicamente ma ha, capite bene, un valore affettivo. Se è vero che inizialmente mi son sentito in imbarazzo a sfoderare qui un oggetto così costoso, credo ora di stare fotografando con lo spirito giusto. Se si ha, si ha per condividere, ha detto qualcuno e la mia fotocamera passa di mano in mano tra i ragazzini qui, sia chiaro, sempre appesa al collo e sotto sorveglianza. È stato sicuramente un modo per acquisire simpatia e fiducia da parte loro. Grazie alla mia prediletta sto fermando momenti e situazioni che difficilmente scorderò. Mi sono inoltre stupito più volte di notare che tra le tante foto da loro scattate, alcune, come quella qui sotto, paiono proprio dei capolavori!
FINCHE' REGGONO LE GAMBEPer far contenti gli amici baskettari, tratterò della pallacanestro. Non mi sono mai stancato a giocare a basket come quest’oggi. Un po’ sarà dovuto senz’altro alla stanchezza accumulata in settimana; molto, credo, è perchè non reggo i loro ritmi. O meglio, li reggo per un quarto d’ora, poi crollo miseramente. Sebbene l’artigianale canestro del quartiere (costruito interamente con assi di legno, beh tranne il ferro ovviamente) sia alto circa 285 cm, non è ammissibile che questi schiaccino un’azione sì ed una no; ed anche con l’uomo davanti, non si fanno problemi. A due mani, all’indietro, con “mulinello” alla Cogo, con rotazioni di 180°... E sono praticamente tutti più bassi di me! E non importa se in Italia sono di solito tra quelli che reggono maggiormente lo sforzo prolungato: oggi e qui, ho accusato il colpo e, sudato fradicio, ho dovuto chiedere il cambio. Finchè le gambe han retto non ho sfigurato, il mio era un basket diverso, questo sì, però alcune giocate più tecniche, hanno suscitato gli applausi del giovane pubblico. Qui si gioca per lo spettacolo, senza punti, il tutto condito da urla ed ovazioni. I ragazzini fanno i raccattapalle e guardano a bocca aperta i grandi giocare. Uno è stato colpito dal pallone, mentre se ne mangiava bel bello una mezza papaia, facendogliela saltare di mano... il risultato? Da parte di tutti, una fragorosa risata!
July 11 LA NATURA FA LE COSE IN GRANDEProprio vicino all’entrata della missione c’è un alto albero. Il suo tronco, per la verità non troppo spesso, si divide in molti rami che si distendono orizzontalmente a generare una vasta zona d’ombra. Appesi ai rami vi sono degli strani frutti che assomigliano a delle carrube ed hanno la stessa struttura del bacello dei piselli. Quando il frutto è maturo, dall’alto viene dato ordine di aprire il fuoco e le due anime del bacello si separano dando vita a una vera e propria sparatoria. Pare che i semi ivi contenuti vengano lanciati anche a 20 metri di distanza così che capita di trovarli in zone impensate o di udire un tonfo quando vanno a cadere sulla lamiera del tetto. I semi, ma forse, viste le dimensioni, un botanico li chiamerebbe essi stessi frutti, sembrano grandi gocce solide di coca-cola. L’aspetto levigato ed il colore marrone lucente, proprio come la pelle della gente di qui, li rende gradevoli alla vista. Così, al mattino, sono solito perlustrare il terreno in cerca di tali proiettili naturali. Sono belli da vedere e da toccare, è un po’ come immergere le mani in una ciotola di lenticchie... lenticchie, lenticchie giganti, ecco cosa sembrano! La natura qui fa le cose in grande, non si accontenta di essere attrice secondaria. Persino le piante più comuni sorprendono per varietà e bellezza di sagome, venature e colori.
ARIA FRA I CAPELLILa velocità sulle strade è segno distintivo del nostro tempo, nonchè causa di incidenti stradali. La fretta di arrivare ne è senz’altro causa. Un’altra credo sia l’ebbrezza di movimento che la velocità arreca. E cosa dà più senso di movimento dell’aria che scorre fra i capelli e fa lacrimare gli occhi? Bastano anche velocità moderate, i fatidici 50 orari sono più che sufficienti. In genere solo chi possiede una decapottabile può permetterselo. Oggi questa sensazione l’ho provata anch’io. Col nuovo amico Toni, ho viaggiato sul vano posteriore della jeep di Padre Lorenzo per il non proprio breve tratto che separa il campo da calcio, dalla fabbrica di mattoni artigianali. Aggrappati ben saldi alle barriere laterali della vettura, seduti o in piedi, sobbalzando sullo sterrato e ondeggiando alle curve sull’asfalto. Il respiro si faceva via via più affannoso, vuoi per l’emozione, vuoi per i muscoli in tensione, o forse semplicemente era l’aria che scorreva troppo velocemente perchè i nostri polmoni potessero catturarla. Al nostro passaggio la gente accennava un sorriso e ci salutava. Eravamo un’attrazione. Eravamo su un’auto ma a me sembrava di stare su una giostra!
ACQUAL'acqua è uno dei quattro elementi fondamentali, risorsa preziosa e indispensabile. Se la ricchezza di un paese si misura dalla quantità di materie prime, il Gabon è un paese ricchissimo. Il territorio, oltre ad essere lambito dal mare, è solcato da grandi corsi d’acqua che tagliano nettamente la verde e fitta foresta. I fiumi si riempiono durante la stagione delle piogge e rimangono comunque impetuosi anche nella stagione secca? quando la terra sembra implorare da bere. Alla quantità di acqua che scorre nei fiumi non corrisponde necessariamente una rispettiva abbondanza nelle tubature. Capita pertanto di dover lavare i piatti con un leggero rivolo d’acqua, dando fondo alle proprie doti di pazienza o di contorcersi sotto la doccia per non perdere nemmeno una goccia preziosa per lavare via sporco e sapone. Doccia rigorosamente fredda: ho dimenticato cosa sia l’acqua calda, ma non ne sento la mancanza. La missione qui è dotata di un contenitore che funge da filtro. L’acqua del rubinetto deriva inizialmente dal fiume (comunque limpida allo sguardo) e periodicamente ne versiamo parte nel filtro. In questo modo beviqmo un’acqua pura; non come a Libreville dove, solo il secondo giorno, ho scoperto che le bottiglie sulla tavola venivano riempite con acqua del rubinetto. Una volta saputolo mi son messo il cuore in pace e ciò mi ha sollevato dall’ansia di dover fare attenzione a bere solamente acqua che sia stata prima bollita. Invece i compagni di avventura slovacchi, più meticolosi, tengono persino in camera una bottiglia, con la quale si lavano i denti. Ad eccezione della ricca cena di sabato sera a cui siamo stati invitati a partecipare, niente bibite alternative all’oro bianco per tutta la settimana. Quattro o cinque bicchieri di acqua fresca a pranzo sono d’obbligo e di giovamento dopo il lavoro del mattino.
RIFIUTIIl primo argomento che tratterò è quello di come qui in Gabon vengono gestiti i rifiuti. Rifiuti è una parola relativa, con essa siamo soliti intendere tutti, quei 500 grammi, almeno, di roba che quotidianamente ciascuno di noi produce. Ma in alcune occasioni si scambiano per rifiuti cose che in realtà non lo sono o potrebbero non esserlo. Capita di considerare rifiuti anche persone umane, magari quelle che non sopportiamo, o più spesso i deboli e gli indifesi. Il problema rifiuti poi, è stato ed è, a meno di novità dell’ultima ora, scottante a Napoli e in tutta Italia. Beh, qui in Gabon, almeno dalle prime impressioni, la quantità di rifiuti è notevolmente ridimensionata: innanzitutto a causa della minor quantità di materie a disposizione, in secondo luogo perchè si cerca di recuperare tutto quello che possa avere un qualsiasi ulteriore utilizzo futuro. Così non è infrequente, per esempio, camminando per Libreville, la capitale, imbattersi in vere e proprie officine dove si accumulano pezzi di ricambio per auto (naturalmente di seconda, terza o quarta mano), pezzi che da noi solo un meccanico, che sia pure appassionato di auto d’epoca, conosce. Allo stesso modo dei logori infradito, se tagliati a tondo, diventano rotelle per macchinine giocattolo, e i bambini vanno fieri di aver trovato un vecchio pallone squarciato. Senza dubbio ci vuole dell’ingegno per inventarsi un secondo utilizzo ad un oggetto costruito per una determinata funzione. Si recupera molto, niente a che vedere però con quanto accade in alcune baraccopoli africane (Korogocho), dove le discariche sono solcate dai cercatori di rifiuti di professione e si uccide per un etto di carta. Ma che fine fa tutto ciò che è stato scartato più volte e non risulta commestibile per alcun tipo di specie animale? Me lo son chiesto anch’io i primi tempi, finchè a Libreville non ho osservato che in spiaggia al posto della sabbia ci sono stracci e bottiglie e che ogni abitazione ha la sua discarica privata, un angolo di terra inutilizzata dove vengono rovesciati e bruciati gli scarti. Non tratterò dei rifiuti organici più naturali perchè non voglio nemmeno pensare a che fine possano fare, ma a tal proposito non credo che la situazione sia drammatica. Detto ciò, qui la natura regna ancora sovrana ed il problema inquinamento sembra piuttosto lontano.
July 10 LA TRACCIA DEI MIEI PENSIERIRingrazio innanzitutto l’amico Misha per avermi suggerito l'idea di un diario on-line nel quale inserire giorno per giorno i miei pensieri. Dato che sto tenendo traccia delle cose che mi capitano e a questo scopo posso già tempestarvi di mail, ho pensato di trattare in dettaglio volta per volta un argomento specifico. Non è niente di assoluto, sono solo mie riflessioni, prendetele come vengono, che ho il privilegio di poter fare dati i ritmi tranquilli qui in Africa. Ho voluto per ora denominare questo spazio “Pillole d’Africa” ma sono aperto a eventuali altri titoli. Spero che qualche mio scritto possa condurre i miei tre-quattro affezionati lettori a ulteriori riflessioni da riportare nella vita di tutti i giorni. |
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