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August 05 L'INDISTRUTTIBILE LAND ROVERLand Rover, prima di questo mio soggiorno, era per me sinonimo di fuoristrada. Ora posso dire che una Land Rover non è solo un’auto o una jeep, è qualcosa in più, è di un’altra categoria. Alla missione ne è stata donata una rossa fiammante da quelli che definire benefattori è dire poco. Per spostarsi su queste strade dissestate è infatti l’ideale. Dà garanzie, la credi indistruttibile, pensi che mai ti potrà tradire. È una jeep costruita per andare ovunque. Sabbia, fango, erba, guadi... La carrozzeria è piena zeppa di adesivi che testimoniano, località per località, la veridicità di quanto affermo. Nell’abitacolo, accanto al guidatore, vi sono due posti; nel retro vi è altro spazio per materiale e ulteriori passeggeri (per ora il record è stato 10 persone, ma credo si possa, con qualche sforzo, raddoppiare). Sul tetto è possibile portare altra roba ancora. La sicurezza e la certezza di arrivare non sono però supportate da un uguale comfort. Se ti tocca star nel retro devi necessariamente armarti di pazienza e di self control. C’è da sopportare la puzza dello scarico, il caldo (non circola un filo d’aria), e la maledetta polvere rossa, quella che si insinua in ogni pertugio. Sono queste le uniche cose che impediscono che ogni tragitto, come quello che mi accingo a fare domani, sia un viaggio di piacere.
August 04 UN INVITO INATTESOQuesta mattina giunge a me inaspettato un invito a pranzo. Il padre di un ragazzino, quello a cui ho donato il cappellino... ricordate? mi vuole conoscere. Con la fotocamera a tracolla e millecinquecento franchi in tasca mi lascio condurre dal giovane amico. L’abitazione dista circa 5 kilometri. I primi quattro li percorriamo col bus [100 franchi a testa], il rimanente a piedi. Ci inerpichiamo su un’altura dalla quale si dominano vallette e colline circostanti. Dorel e suo padre abitano qui. La loro casa è di modesta fattura: in legno e lamiera, lo standard locale. Ruba l’ombra ad un grande albero fronduto, condivide il terreno, come di consueto, con le casupole intorno. Al nostro arrivo, scorgo il padre, disteso sonnecchiante su una stuoia di rafia. Dopo gli usuali convenevoli, mi invita a sedere su una sedia di plastica da giardino mentre il figlio si prodiga a spazzare da terra foglie e cartacce con una scopa rudimentale ma efficace. Per contribuire al pasto, mi reco a comprare 4 sardine seccate [200 franchi], 3 pomodori [200], un bastone di manioca [300] e dei ritagli di Comou [200] (grandi foglie che le donne piegano più volte per poi tagliarle fini fini). Omaggio della casa sarà una papaya colta direttamente dall’albero a quattro metri d’altezza. Attendo pazientemente che il padrone di casa cucini sul fuoco davanti ai miei occhi quanto portato. Solitamente questo compito spetta alle donne, ma Dorel vive attualmente solo con il padre. Seduti su sgabelli precari loro, sul mio trono di plastica, ugualmente traballante, io, diamo inizio al pranzo al quale prendono parte anche la sorella del padre, il suo pargolo e due cani del vicinato. Mangio il loro stesso cibo, bevo la loro stessa acqua, rifiuto le posate che mi vengono offerte, preferendo seguire l’usanza di famiglia. Unico privilegio che mi concedo: un straccio come tovagliolo. Concludiamo con una fetta di papaya della quale, sempre imitandoli, ingurgito anche i semi. Cucinato sul fuoco a legna e gustato con le mani, il cibo ha un sapore diverso, senz’altro più vissuto e genuino.
SCATOLINI SAETTANTISfrecciano per le strade, inchiodano all’improvviso, si fermano, raccolgono gente, con una fumata nera ripartono, si arrestano nuovamente. Sputano fuori persone, ne ingoiano altrettante. Sono i taxi-bus locali: scatolini gommati che, noncuranti degli altri veicoli, percorrono in lungo e in largo il centro abitato. Tra i mezzi di locomozione sono, per economicità, secondi solamente al famoso sistema ST – suola tacco, suola tacco – [100 franchi, pari a 16 eurocent]. Con essi è possibile spostarsi in un baleno da un capo all’altro della città. La gente li attende ai bordi della strada, con un leggero cenno della mano li attira a sè e ci si stipa dentro, come sardine in una latta. Come tutte le cose più semplici e collaudate, tali bus sono ideati con suprema intelligenza. I sedili sono disposti in maniera da occupare la maggior superficie possibile. Per far uscire l’ultimo passeggero nell’angolino in fondo, capita così di dover scomodare mezzo pullmino: coloro che sono d’impedimento ad uno ad uno scendono, per poi diligentemente riadagiarsi nei loro posti come un liquido si adatta al proprio recipiente. Un ragazzetto, appollaiato accanto all’unica portiera scorrevole, mantiene l’ordine e riscuote il prezzo della corsa. Una volta entrato, occupi il posto libero più largo, se puoi spalanchi il finestrino. Quindi trascorri il viaggio restante con la speranza che il passeggero successivo non sia una di quelle grasse donne corpulente e sudaticce.
LA RIMOZIONE DEL LUTTOSenza per nulla meritarmelo mi ritrovo seduto ad un tavolo addobbato a festa pronto per addentare ogni tipo di specialità gabonese. Ma procediamo con ordine. È sabato nel villaggio di Boumango. Terminati i lavori il giorno precedente, attendiamo che inizi la messa in ricordo di un giovane soldato morto qualche mese fa. È usanza, infatti, dopo un periodo di tempo imprecisato, che la famiglia tolga il lutto e torni a sorridere alla vita. Alla celebrazione eucaristica segue una festa di enormi proporzioni a cui mezzo villaggio è invitato a prender parte. I membri della famiglia (allargata) colpita dal lutto indossano tutti abiti imbastiti con la medesima stoffa. Simboli religiosi ed arabeschi blu sono ritratti su sfondo bianco. I parenti paiono uniti in un solo corpo. Predono parte attiva alla funzione animando i canti e portando doni alimentari all’offertorio. Per inciso, fa specie vedere come tra questi ci sia una bottiglia di Coca-Cola. Un momento essenziale è poi quello della benedizione della tomba, per la quale una delegazione del villaggio migra nelle vicinanze della precedente dimora del morto (ciascuna casa ha, nel retro, le tombe dei suoi componenti deceduti) per raccogliersi in preghiera. Alla festa, in cui la mangiata condivisa ha parte predominante, il prete è il benvenuto. A lui spetta di diritto un posto alla destra del capofamiglia al riparo dal sole e dalla polvere. Il resto degli invitati rimane all’esterno in disciplinata attesa. Anche a noi è riservata una seggiola importante all’interno. Solo perchè siamo bianchi, vien da chiederci? O forse perchè abbiamo a che fare con il potente stregone dalla candida tunica? In realtà cio è unicamente dovuto allo spiccato spirito di ospitalità africano. Tutti questi pensieri svaniscono però ben presto: è tempo di alzarsi e servirsi al buffet!
August 03 TURISTI CREDULONIChi l’ha detto che in Africa è pieno di animali selvaggi? Non è vero, è una bufala! E gli africani sono abilissimi nel farcelo credere. Avistamenti fasulli, incontri organizzati ad arte con animali addomesticati, racconti conditi, se non puramente inventati. Durante ogni viaggio in ambiente naturale, l'ingenuo turista tiene il naso incollato al finestrino dell’auto in cerca di una qualsiasi creatura che si muova, imbattendosi, se va bene, solo in qualche sporadico volatile. Nell’ora libera tra la fine del lavoro pomeridiano ed il calar del sole, sperimentiamo oggi (sempre ieri ndL) il nostro primo piccolo “safari”, anche se, come vedremo, il termine non si addice molto. Padre Elia ci porta ad una ventina di chilometri di distanza da Boumango (villaggio al confine con un Congo, dove abbiamo lavorato e pernotteremo) per vedere il paesaggio che a tratti si fa simile alla savana: un’ampia distesa pianeggiante di erbe alte in media quasi quanto me. Fiutando l’occasione, il nostro condottiero si è portato dietro il vecchio fucile... non sia mai che un grasso bufalo o un'antilope paffuta ci colgano impreparati. Con l’indistruttibile Land Rover ci inoltriamo lungo quella che inizialmente aveva l’aria di essere una strada, ma che si è rivelata ora una leggera traccia tra le alte erbe che picchiano sul lunotto, finendo impietosamente appiattite sotto le possenti ruote. Arrestiamo il fuoristrada in una radura. Con l’istinto del cacciatore, Elia si appresta a caricare il fucile (peraltro con scarsi risultati: neppure con l’olio dei freni riuscirà a sbloccarlo). Noi, appartenenti alla categoria dei turisti creduloni, ci arrampichiamo con agilità estrema sul tetto della jeep con l’intento di avvistare il più lieve movimento d’erbe o un paio di corna che spuntino in lontananza. Niente di tutto questo. Tra falsi allarmi e facili suggestioni, trascorrono 20 minuti buoni. L’unico reperto tangibile è consistito in una montagna di escrementi di elefante (senza dubbio portati qui da qualche furbo africano, sempre per la teoria di prima). Con la coda tra le gambe torniamo a stiparci nel retro della vettura imboccando la strada del ritorno. Sarà per la prossima occasione. Anche se è tutta una montatura, l’idea di rassegnarci non ci passa nemmeno per l'anticamera del cervello.
COMPITI DELICATISpostandosi da una cittadina all’altra, per sgranchire le gambe e svuotare il naso dalla polvere, capita di sostare, in uno dei piccoli villaggi disposti attorno alla strada. Solo per qualche attimo sia ben chiaro: di solito si va di fretta, non vedendo l'ora di arrivare a destinazione. Se si è nelle ore di metà mattinata ed in periodo di vacanza, come è capitato a noi, quel che salta subito all’occhio è una massiccia presenza di bambini. Solo bambini popolano il villaggetto. Tutt’al più qualche giovane adolescente. Degli adulti nemmeno l’ombra. Una possibilità è che siano tutti chiusi in casa, ma più verosimilmente essi si sono recati nei loro terreni coltivati; in caccia nella foresta, o si sono allontanati per qualche altra faccenda. Il villaggio resta così nelle mani dei ragazzini: a gruppetti scorazzano tra le case o improvvisano qualche gioco. I più grandicelli si occupano di tenere a bada i più piccini. Altro loro compito è quello di sorvegliare e gestire la poca merce disposta a bordo strada per la vendita. Viene spontaneo domandarsi come facciano a badare a se stessi, o semplicemente come si comportino qualora accada un imprevisto. Durante la sosta di oggi (ieri ndL), i piccolini li troviamo tutti indaffarati con dei frutti tondi e rossi, che qui chiamano (o meglio pronunciano) “Bambou”. Li aprono con grossi coltelli per poi succhiarne la polpa. Al nostro arrivo le giovani creature sembrano quasi non notarci, intenti come sono a gustarsi quei pochi frutti della loro terra. O, forse, sono solamente concentrati nel loro delicato compito: tenere in piedi le sorti dell’intero villaggio. July 31 ET VOILA'Non credo di essere particolarmente portato per le lingue. Sarà perchè parlo poco? Non mastico bene l’inglese, che pure ho studiato per anni a scuola (se avessi immaginato quanto è importante, mi sarei impegnato di più), figurarsi il francese, con il quale non ho mai avuto a che fare. Fatto sta che qui è la lingua ufficiale ed è forse il più grande ostacolo che m’impedisce di approfondire la conoscienza della gente e delle sue usanze. È difficile spingersi oltre il “buongiorno, come va?” “dove si va?” “Quanto costanto le banane?”... Meno male che alla missione esiste una consistente fetta italiana. Perlomeno in metà delle conversazioni qualche frase d’italiano salta fuori. Prima di partire, all’aereoporto, ho comprato un dizionario italiano-francese (e francese-italiano!): uno di quei libricini tascabili utili giusto per cominciare, che vengono però poi riposti in un angolo della libreria di casa con la speranza che qualcun altro lo riutilizzi. Ho cercato di studiare le quattro coniugazioni dei verbi, ma tanti sono gli irregolari; ognuno con una pronuncia lievemente differente. La pronuncia è infatti il problema maggiore: ogni vocale cambia suono a seconda di mille regole che non sono ancora riuscito a capire. Non mi spiego nemmeno perchè i francesi scrivano le parole con lettere che nel linguaggio parlato vengono taciute (molte, ma non tutte le lettere in fine di parola, infatti, non vengono pronunciate). Ci vorrebbe insomma un corso accelerato, ma preferirei di gran lunga svegliarmi domattina “et voilà”, come dicono loro, parlare spigliatamente francese.
July 29 ANCHE L'OCCHIO VUOLE LA SUA PARTECome ogni città che si rispetti, anche Franceville ha una sua anima commerciale. Il suo piccolo mercato è una raccolta di negozi, bancarelle e chioschi che si affacciano su due o tre vie principali. Aperto tutti i giorni, per tutte le ore di luce, è un via vai di auto, carrelli rudimentali, donne equilibriste, compratori. A Potos, questo è il nome del quartiere, c’ero stato di sfuggita un paio di volte. Una volta siam venuti alla farmacia per le medicine contro la presunta malaria di Peter; una seconda volta ho accompagnato padre Lorenzo per la spesa. Il supermercato prescelto, come molti degli altri negozi maggiori, è gestito da Libanesi. È un vano di medie dimensioni, simili a quelle degli alimentari di montagna. All’entrata è accatastata la merce più disparata, talmente abbondante che sembra cadere da un momento all’altro. Più internamente i prodotti sono disposti su scaffali, grossomodo come da noi. La differenza forse maggiore sta nel minor colpo d’occhio: le confezioni hanno colori slavati, molto meno accattivanti delle nostre. Il reparto più caratteristico è quello con i freezer del pesce, dove ciascuno, con le proprie nude mani, attinge a piacere. Incuriosito da questo piccolo mondo caotico, che in parte contrasta col resto della cittadina, mi sono spinto fin qui in bici. Il primo impatto è stato singolare ma non certo voluto: mi son recato da quello che aveva l’aria di essere un gommista per riparare il copricatena della graziella, incurvatosi a causa di un sobbalzo imprevisto che mi impediva di procedere pedalando. Un lavoretto di una quindicina di minuti: con tutta calma il ragazzo ha svitato il pezzo, l’ha studiato, martellato, plasmato. La sequenza si è ripetuta per almeno cinque volte finchè la parte lesa non si è in qualche modo adattata alla bici. Io guardavo in paziente attesa. Altrove avrei forse dovuto aspettare un turno che non sarebbe mai arrivato o ripassare il giorno seguente. Tornato a sprigionare potenza sui pedali, mi destreggio tra il traffico qua e là per rendermi conto dell’estensione del quartiere, in cerca di sensazionali curiosità, proprio come un turista qualunque. Abituato (non molto per la verità) alle realtà milanesi, o a passeggiar tra bancarelle, mi aspettavo di trovare molte più attrazioni. Nulla di tutto ci
ò: nessuna pubblicità invadente, nessuno che mi inviti a comprare, nessuno esclusivo souvenir. Solo ed unicamente negozietti, bancarelle, chioschi con i generi necessari ad una vita normale. Probabilmente ad un Gabonese non interessa una pelle di serpente, una maschera intarsiata nel legno o il pupazzetto di un gorilla che saltella grattandosi la testa. Il Gabonese medio si accontenta di trovarci qualcosa da mangiare; i pezzi di ricambio per la sua auto che ha smesso di funzionare; l'occorrente per la casa; un indumento da indossare in sostituzione di quello vecchio e liso. Poco altro. Visto che di bianchi, etichettati come ricchi, non ce n’è molti, mi è almeno risparmiata la visione di cianfrusaglie e gingilli vari, prodotti in serie in chissà quale paese. Approfitto tuttavia dell’occasione per comprare quattro frittelle e una quantità imprecisata di banane. Spesa totale 600 Franchi, poco meno di 1 euro. Puo essere che, vistomi un po’ spaesato mi abbiano pure imbrogliato, ma per questa spesa irrisoria un occidentale nemmeno si sogna di protestare. Prima di rientrare, tentato dalla multinazionale più famosa del pianeta, mi scolo una Fanta. E la mente va al viaggio in India, quando, per vincere la calura, sostavamo a trangugiare intere bottiglie da un litro e mezzo di questa bevanda arancione. Proprio arancione, arancione acceso, non giallastra come da tempo è in Europa (il colorante responsabile è da noi bandito credo). Anche l’occhio vuole la sua parte. In un mercato più che mai.
July 27 LA DOLCE VITAMi son sempre chiesto da dove provenga tutto il cacao, il caffè, lo zucchero, ecc. che consumiamo. Almeno per quest’ultimo posso ora darmi una risposta. Nella campagna di Frnaceville opera la Sucaf, industria che coltiva la canna da zucchero per trasformarla quindi nel prodotto finito e commercializzarlo fin forse da noi. I suoi terreni si estendono per 60.000 ettari, pari a 60 kilometri quadrati. Una immensa distesa di campi che da lontano pare un verde mare ondulato. I campi sono le membra di un grosso capannone centrale che raccoglie e raffina la materia prima. Dall’edificio esce una colonna di fumo che sembra dare origine al grigio del cielo; in terra scorre un vero e proprio torrente di melassa, colore della pece. Questa è la stagione della raccolta. Alle centinaia di lavoratori che operano per tutto l’anno, se ne aggiungono parecchi altri per la stagione. Soprattutto studenti o gente abitualmente senza lavoro. Date le dimensioni della piantagione, gli operai dimorano con le loro famiglie in quella che è ormai una vera cittadina, con tanto di scuola e chiese di varie confessioni religiose. Mentre padre Elia dice messa, noi siamo liberi di visitare parte della tenuta. La gente al nostro passaggio ha sguardi diversi da quelli osservati fino ad ora, quasi di diffidenza. In alcune occasioni ho quasi l’impressione che ci vedano come banconote ambulanti. Credo possa essere dovuto al fatto che alcuni dirigenti dello stabilimento sono bianchi. Vivono in una zona residenziale anch’essa interna alla piantagione, ma distaccata, con abitazioni eleganti, all’ombra di alti eucalipti e tra giardini verdeggianti. Le condizioni dei lavoratori, che io sappia, sono discrete, un lavoro qui garantisce un sostentamento dignitoso per sè e per tutta la famiglia. E per le amarezze della vita possono essere addolcite con una sgranocchiata di canna da zucchero.
PRIMA META': SFOGLIANDO IL DIARIOCon oggi se n’è andata la prima metà di viaggio. O, guardando il bicchiere mezzo pieno, esattamente metà ne rimane da trascorrere. Non so dire se il tempo sia volato o se sia passato lentamente: non mi è ancora chiaro. Se ripenso al giorno della partenza, molte cose sono accadute, alcune paure si sono rivelate infondate, la maggior parte delle idee che mi ero messo in testa si sono rivelate campate per aria. D'altronde non era certo facile immaginarsi la vita di qui. Non è stato, per ora, un viaggio itinerante in senso fisico, lo è stato invece in senso metaforico. Mi accorgo di aver compiuto un cammino che mi ha lentamente portato a scoperte, indotto a riflessioni. Parte sono raccolte in questo blog, parte anche nel mio diario. Certe le ho già maldestramente dimenticate, alcune, indescrivibili, vorrei si conservassero indelebili nella mente. Sbirciando rapidamente tra le pagine della mia agendina nera, potrei chiamare ciascun giorno per nome, dargli un titolo: ogni giorno è stato diverso dall'altro, tutti hanno avuto di che sorprendermi. Ci sono anche stati periodi, pochi per la verità, in cui ho rimpianto le comodità o le abitudini casalinghe. Momenti di sconforto sono stati utili inframezzi a grandi emozioni. Ne seguiranno ancora. Ho conosciuto un'infinità di persone, di volti, decine hanno lasciato un segno su questa prima metà di soggiorno. I ragazzini hanno rappresentato il primo appiglio per me a digiuno di francese (la lingua più illogica al mondo: scrivono le lettere ma non le pronunciano). Mi Vengono ora a cercare fino in camera, aggirando i divieti di accesso, sgusciando tra i pertugi del cancello. Un missionario mi definisce la "superstar" del quartiere. Non può che farmi piacere. Sto prendendo confidenza coi ritmi e le abitudini locali. In certe situazioni mi sento africano dentro, a volte totalmente estraneo a questo mondo del quale però voglio continuare a esplorare nel tempo che mi rimane. Il tempo di metà viaggio. Con la speranza di poter con decisione affermare che questi giorni sono volati.
July 26 RICETTE DI GIOIASiamo ieri tornati da Okondja con quindici chili (lordi) di Carambòle, frutti giallo-verdi dal gusto leggermente aspro, simile a quello del limone. Al posto dell’abituale siesta di inizio pomeriggio io, Peter e Marco ci siamo oggi indaffarati nella preparazione della marmellata. La ricetta, da noi inventata recitava più o meno così: rovesciare i frutti in un catino pieno d’acqua. Attendere che questa si tinga di rosso (a cusa della polvere...ecco perchè i 15 chili erano lordi). Procedere quindi ad una grossolana pulizia della buccia. Eliminare i semi e la parte in via di decomposizione, conservandoli per un secondo utilizzo (verrano piantati nell’orto). Tagliuzzare i frutti e le proteine animali (i gigi) in pezzetti fini. Versare il tutto in una grossa pentola insieme ad una quantità quasi pari di zucchero, mescolare ripetutamente attendendo che l’acqua evapori e la marmellata assuma la sua consistenza. Conservare in luogo fresco e asciutto. A casa non apprezzerei, ma qui, avendone il tempo (ne vendono in abbondanza), sento che è piacevole imparare ricette tradizionali e genuine. É quasi una gioia preparare con cura ed in compagnia il cibo che si andrà poi a gustare insieme. Acconsentirete con me. Domani saprò dirvi se sarà stato appagato anche il mio palato.
July 25 BARLUMI DI SPERANZAIn Africa è imperativo avere fede. Si deve credere in qualcosa, sia esso il Dio cristiano o gli spiriti della foresta. La gente è molto religiosa. Non puo essere altrimenti. Solo alla fonte della fede un popolo può attingere la forza necessaria a vivere il quotidiano, a sopportare con serenità disarmante le fatiche che ogni giornata porta con sè. Assume perciò grande importanza il luogo dove poter svolgere i propri riti, dove mettersi in comunione coi propri simili, dove incontrare il divino. Per i cristiani, che in Gabon maggioranza, il luogo vitale è la chiesa. Ogni villaggio si attrezza per costruirsi la propria, piccola o grande che sia. Portare aiuto e speranza in questo è uno dei compiti del missionario. Se prima di oggi era un concetto fumoso, ora ho compreso cosa voglia dire e quanto sia importante. Mio ruolo in questa breve permanenza è contribuire minimamente a questa impegnativa sfida. Nel territorio che gravita intorno alla missione ci sono decine di villaggi, ciascuno con la sua cappella. Quest’oggi, nel recarci a Okondja, paesino a 140 km da qui, abbiamo passato in rassegna lo stato di ciascuna cappella. Molto poche sono terminate e funzionanti, alcune altre sono in via di ultimazione, la maggioranza ha giusto giusto le fondamenta e poco altro. In una crescono alti alberi di papaya.
Occorrono anni di lavoro per costruire una chiesetta. Mancano i soldi, manca il materiale: legno, mattoni e cemento. Mica oro, argento o chissà cos’altro. Manca la forza lavoro: operai specializzati, gente che sappia metterci mano. Purtroppo non basta la gente di buona volontà. Si procede allora come formichine, costruendo mattone dopo mattone quello che ora è fonte di speranza e che forse un giorno sarà “strumento di salvezza” per molte anime.
LA STRADAQuando si è abituati all’abbondanza, puo capitare che ci si scordi di dare importanza alle singole cose. Il prezzo di una risorsa cala notevolmente se l’offerta è molta; di fronte ad una foresta, si rischia di non capire quanto sia fondamentale ogni suo singolo albero. Succede anche con le strade. Abituato come sono all’intricato labirinto di vie che è la nostra Milano, non mi è mai passato per la testa che una strada possa rivestire un ruolo tanto cruciale nella vita di una gente, che possa radicalmente influenzarne il modo di vivere. Qualcosa avrei potuto intuire un’anno fa in Puglia, laddove le strade non sono così numerose e per raggiungere un determinato luogo non si hanno che un paio di possibilità, e devi fare attenzione a non lasciartele scappare. Un seconda indicazione avrei potuto desumerla da “Age of Empire”, noto gioco di strategia per computer: le strade sono le prime cose da costruire, senza la sua strada, anche la più importante struttura giacerà isolata, priva di utilità. Di fatti è così: un villaggio senza strada è perduto. E lo sarebbe anche se questa strada fosse a fondo cieco e non assumesse invece il ruolo di collegamento con altre realtà. Nel distretto di Franceville le grandi strade si possono contare sulle dita di una mano. Le strade tagliano la foresta come il coltello affetta in modo regolare una fetta di formaggio. Strada e foresta; due entità cosi diverse, quasi opposte: sicura, asciutta e polverosa l’una; misteriosa, umida e rigogliosa l’altra. Entità differenti ma complementari, così come lo sono il rosso della prima e il verde della seconda. Colori che si fondono ai bordi della strada. Le foglie, coperte da un dito di polvere assumono una tonalità ibrida. La strada è amica, devi necessariamente darle del “tu”, devi conoscerla, percorrerla se vuoi arrivare da qualche parte, se non vuoi essere tagliato fuori, se vuoi sopravvivere. Capita allora che interi villaggi migrino sulla strada, ricercandola come il viandante brama l’acqua nel deserto. Parlo della strada vera, non quella mascherata da una spessa lingua d’asfalto. Quella che corre dritta per chilometri e chilometri e fa sobbalzare ogni creatura che tenti di cavalcarla. Quando la percorri senti di respirarla nel profondo, e non solo in senso metaforico: la polvere ti entra fin dentro ai polmoni, ed il fazzoletto si tinge di rosso sangue alla fine del viaggio. La gente si mette in marcia, cammina per ore pur di arrivare al luogo prestabilito, sia esso l’unico suo fazzoletto di terra, sia la struttura sociale più vicina. Chi è privilegiato può coprire grandi distanze, potendo contare su di un solido mezzo gommato. Si segue la sinuosa traccia, si sobbalza ad ogni buca, ci si impolvera, si saluta la gente ai bordi delle strade, la si raccoglie se chiede un passaggio. Si avanza senza fretta: si sa quando si parte, non se e quando si arriverà. Specie nella stagione delle piogge, quando è facilissimo impantanarsi.
July 24 UN BAGNO DI UMILTA'Questa sera ho donato il mio cappellino della Gammabasket a un ragazzino. Il suo nome è Dorel. Se ho capito bene, si sta trasferendo per il resto dell'estate in una zona diversa della città. Con lui ho trascorso alcuni pomeriggi, ho riso, lui ha riso; mi ha chiesto di insegnargli le basi dell'inglese. Siamo diventati amici. È lui l’autore della foto memorabile di me in mezzo ai bambini. Gli ho stampato una foto, ma se l'è zanzata qualcun altro. Lui non ha detto beh... che lezione di umiltà. Questa sera gli ho donato il mio cappellino della Gammabasket. Valore economico 3 euro, valore affettivo discreto. Di un rosso fiammante, ovvero un pugno nell'occhio. Lo portavo fiero, noncurante degli invidiosi giudizi altrui (nemmeno i miei compagni di basket lo possiedono ;). Da questa sera non ho più un cappellino che mi ripari dal sole. Il sole è sopportabile. È dura privarsi di un oggetto. Sento, talvolta, di essere così attaccato alle cose, da dar loro un valore quasi pari a quello che do a alle persone: vorrei conservarle per sempre. Non è una bella cosa, ma è vera ed è forse frutto di uno stile di vita teso al’eccesso. Dovrebbe far pensare. Mi fa pensare. Beh, almeno il ragazzino era contento: «è per me? Posso tenerlo?» Ha sussurrato incredulo. E sono contento anch’io, so di esser stato generoso. Però, ora che ci penso, quando torno potrei recarmi al magazzino della squadra per vedere se c’è rimasto un cappellino per me...
IN FUGA TRA ALI DI FOLLACom’è bello andare in giro in bicicletta! Me l’ero quasi dimenticato. È da tempo che non facevo una bella pedalata, dalle mie parti non è quasi più possibile. Auto in esponenziale aumento, verde in estinzione. Ho inforcato una bici blu da donna, l’unica realmente funzionante. Mi son fiondato giù fino alla strada asfaltata, con l’intenzione di seguirla finchè i polmoni avessero retto. Affronto sgargiante la prima salitella, salutando a destra e a sinistra i ragazzini del quartiere che ormai sembrano essere lì ad aspettare che io metta il naso fuori dalla stanza per gridare il mio nome o implorarmi per una foto. Dopo la prima salitella c’è una salitina, e poi una salita, e ancora... una salitona. È allora che le mie gambe si rendono conto di cosa vuol dire avere solo cinque marce (e non stare guidando un’automobile). Arrivo su quello che pare il punto più alto della città, stremato. Fiatone e lingua a penzoloni, ma gran voglia di andare avanti. Anche perchè, come recita un vecchio adagio di montagna, dopo la salita c’è sempre la discesa. E così è, ma solo in parte, il resto è un continuo saliscendi che richiede ugualmente di alzarsi sui pedali. Una meta verosimile potrebbe essere uno dei fiumi che attraversa la città, chiedo al volo indicazioni. Sosto a parlare, procedo, mi fermano, continuo, incontro gente, arrivo. Il capolinea è come me l’ero immaginato: molto attraente. Ma qualsiasi posto qui lo è. O lo diventa ben presto. Alcuni ragazzi stanno facendo il bagno, mi fermo a guardarli prima, a fotografarli poi. Il ritorno è leggendario. La gente si meraviglia, fa cenni, saluta, mi ferma. Quelli ai quali avevo chiesto informazioni due ore prima, seduti esattamente nello stesso identico posto, domandano se sia arrivato al fiume. Pare di essere sulle strade del tour de France: io, in fuga solitaria (non ho incontrato una sola bici lungo tutto il percorso; ne avrò viste forse due in tutto il soggiorno) tra ali di folla che mi incitano e rinfrescano. Sto un po’ esagerando, ma questo è stata probabilmente l’immagine mentale che mi ha permesso di continuare a pedalare e non cedere alla tentazione di scendere e spingere la bici.
July 23 IL QUARTIER GENERALEVorrei oggi esaudire una curiosità diffusa tra chi mi attende in Italia: dove mi trovi di preciso. Quella che segue è una mera descrizione del posto che mi sta ospitando in queste prime settimane. Sono nella missione gestita da sacerdoti Clarettiani, ordine poco presente in Italia (a Segrate e in tre o quattro altri paesi), ma parecchio diffuso nel mondo, nascendo esso proprio con spirito missonario. È situata nella zona periferica di Franceville, immersa nel verde e cullata da dolci colline. Il terreno in concessione si estende per circa 40.000 metri quadrati (cioè un quadrato avente il lato di 200 m). In questo spazio giace la chiesa attuale, quella nuova in costruzione, una piccola scuola, una falegnameria e l’edificio che ci ospita. C’è poi una grande distesa piana, identificata dai bambini come stadio, che fa da campo da gioco, punto di ritrovo e di passaggio. Il nostro quartier generale è una costruzione di dimensioni invidiabili per gli abitanti, con alcune stanzette, una cucina, una dispensa, la sala del computer, disposte a ferro di cavallo intorno ad un portico e ad una aiuola fiorita. Tutt’attorno un ampio cortile che ospita erba appiccicante, palme rigogliose, garage e container contenenti, 3 inossidabili jeep, un trattore, attrezzi di ogni sorta e tutti i più vari pezzi in attesa di utilizzo. Ed ancora: polli volanti, galli canterini, mici, micini, un cane dalle orecchie sanguinanti, insetti non identificati... La gran parte della vita alla missione trascorre comunque all’aperto: all’ombra del porticato o nell’aia, luoghi che si prestano a lunghe conversazioni, pazienti attese, lavori stancanti.
MACCHIE DI COLORE E SCINTILLIIIn attesa di un vero intervento sul cibo, mi preme accennare brevemente alle abitudini alimentari dei Gabonesi. Da sempre il cibo è parte delle tradizioni e della cultura di un popolo. Qui ancora di più, visto che la vita è rivolta soprattutto a cercare di mettere qualcosa sotto i denti, possibimente variando un po' la dieta. A differenza di quanto si possa pensare facendo riferimento ai luoghi comuni per i quali Africa è sinonimo di povertà e fame, almeno qui a Franceville, non pare esserci una consistente fetta della popolazione che viva di stenti o sia realmente attagliata dai morsi della fame. A differenza di quanto mi è capitato di osservare altrove, nessuno mi ha chiesto seriamente soldi o qualcosa da mangiare; tra gli sperduti villaggi del Tibet, o tra le affollate città dell'India era invece la norma. I bambini accorrevano e si portavano la mano alla bocca, facendo intendere di essere piuttosto affamati. Se dunque la stragrande maggioranza della popolazione ha di che vivere, è anche vero che i pasti giornalieri (ma forse non tutti mangiano più volte al giorno) non sono molto vari. Gli alimenti che costano poco sono quei cinque o sei. Il riso naturalmente, poi pollo, pesce (in prevalenza sardine), i "taro", tuberi simili alle patate, frutta. E manioca. La manioca è la pianta della Provvidenza, un vero ben di Dio. La si sfrutta praticamente appieno: le foglie vengono triturate e cotte acquisendo un aspetto simile alle erbette, ma con un sapore più deciso; le radici sono lasciate a bagno per togliere le tossine presenti, in seguito vengono pestate per produrre farina o "bastoni" dalla consistenza gommosa. Tutti questi generi alimentari, frutto di una terra fertile e generosa, vengono poi portati ai bordi delle strade per essere venduti in quelle che si possono definire bancarelle improvvisate. Le donne, in paziente attesa di compratori, si adoperano nella disposizione ordinata della merce. I loro larghi vestiti variopinti, insieme a frutta e verdura, compongono macchie di colore che vivacizzano il grigio asfalto della strada. Le squame lucenti del pesce, prese d'assalto dalle mosche, sono un luccichio gradevole agli occhi.
July 22 TAVOLINI TRABALLANTINon si può certo dire che qui ferva la vita notturna. Col buio le strade si spopolano, illuminate sporadicamente dai fari di un’auto ritardataria. Le persone, al tramontare del sole, si rintanano, ordinate come formichine, nelle proprie abitazioni, a vivere la propria intimità famigliare. Al contrario, con la sera, se ne vien fuori una musica instancabile che rimbomba fin nel cuore della notte. È come se per ogni individuo che rientra a casa, si liberasse nell’aria una nota. Il venerdì ed il sabato sera la mia stanza pare una discoteca: posso udire distintamente le parole delle canzoni. Udire, non comprendere, chiaramente. Questa sera, insieme a Marco e con l’inaspettata presenza di padre Jean Claude, ho voluto andare a capire quale fosse la fonte di cotanti suoni. Quale infernale amplificatore si nascondesse tra le sottili mura dei locali sulla strada. Ci siamo così diretti verso un baretto nelle vicinanze e, ordinate tre birre locali, ci siam seduti sotto un portichetto attorno ad un traballante tavolino (d’altra parte “tavolino” e “traballante” sono due parole che vanno spesso in coppia anche in Italia) ad osservare la location. Il locale è di una semplicità assoluta. Tavolini, sedie, una fievole luce e poco altro. Oltre alla musica naturalmente. Io son seduto su due seggiole di plastica. Esagerato direte voi, addirittura due... anch’io mi sono meravigliato di notare che da due sedie con tre gambe, se poste una sopra l’altra, si possa creare un’ottimo sedile stabile. Quasi un trono. La serata è passata via liscia tra le domande di Marco e i racconti di Jean Claude. Finalmente ho capito da dove vien la musica.
SCONFITTE NOTTURNEIl mio letto pare quello di una regina: dall’alto scende leggero il bianco velo della zanzariera. Semplice rimedio contro i puntuti insetti. È una delle poche precauzioni che tutti adottano qui. Quelle dei locali sono montate sopra un’artigianale ma comoda impalcatura in legno; la mia invece è stata arrangiata in qualche modo: l’apice si diparte da un chiodo fissato al soffitto ed il velo si lascia cadere dolcemente a coprire giusto giusto il letto. Con un energico nodo ho rimediato ad un vistoso buco. Le rimanenti mille smagliature sono i residui dei troppi angoli appuntiti di letti e comodini vari. Con un tale scudo parrebbe certo che io possa dormire sonni tranquilli. Non è cosi. O meglio, il sonno è ugualmente tranquillo e pesante, ma la protezione non è del tutto efficace: c’è sempre una zanzara che riesce ad infiltrarcisi dentro. Non ho la più pallida idea di come faccia. Probabilmente si contorce per entrare tra i buchini della zanzariera, o forse è lì dal mattino che attende che io mi sigilli come un bruco nel suo bozzolo. Prima di coricarmi, passo rapidamente al vaglio il mio spazio vitale in cerca del maledetto insetto. Niente, nemmeno l’ombra di una zanzara. Spengo la luce e... zzz zzz... ecco che la zanzara si manifesta in carne e pungiglione, svolazzandomi intorno, come un aereo in ricognizione, in cerca del punto più succulento per affondarmi nella pelle con una vigorosa picchiata. In genere non ho la forza di farci troppo caso e il sonno prende il sopravvento. Soltanto al mattino, come un esercito assediato conta le perdite della notte, io traccio nella mente la mappa delle punture. I gomiti sono i più gettonati, seguono a ruota le caviglie. Continuo a pensare che tra la ventina di zanzare dall’intelligenza limitata e dall’istinto suicida che ogni sera trovano la morte contro le mie mani, ce ne sia una dal coefficiente intellettivo elevato, che si prenda beffe di me. Mi piace immaginarla così, a progettare la strategia di giorno e a ridere alle mie spalle la sera.
July 21 NELL'UGUAGLIANZA, LA DIVERSITA'Si dice che i cinesi, ai nostri occhi, rislutino tutti uguali. In effetti sfido chiunque a riconoscer un prescelto tra una dozzina di connazionali. Allo stesso modo, non essendo noi abituati, anche tra le persone di razza nera esiste una certa somiglianza di tratti che trae in inganno un occhio poco attento o una memoria poco allenata. Nonostante io sia qui da due settimane, non posso ancora dire di riuscire a distinguere visi già conosciuti da altri mai visti prima. A mia discolpa vi è la grande quantità di incontri e la somiglianza, appunto, dei volti. Mi risulta comprensibilmente impossibile ricordare tutti i nomi (è già un’impresa ripetere la pronuncia corretta). Ho tuttavia escogitato un sistema per evitare grossolane figuracce: tento di memorizzare un particolare peculiare di quella persona. Può trattarsi, ad esempio, di un curioso taglio di capelli nel caso la persona in questione sia di sesso femminile; di un dentino fuori posto se il soggetto è un bambino. Ma anche un vestito portato in una certa maniera piuttosto che un oggetto mostrato o posseduto, possono tornare utili a tale scopo. Qui non sembra pensabile seguire le mode: ciascuno veste come può, dando fondo alla propria creatività e lasciando plasmare il proprio look dal tempo che passa. È un ottimo modo per non uniformarsi. Sono lontani anni luce i manager occidentali che, ordinatamente, in giacca e cravatta, si riversano come cloni uno dopo l’altro sulle strade al mattino. E sarebbero considerati insipidi e fasulli i ragazzi coi jeans firmati, sgualciti ad arte.
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